Gazzetta di Modena

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IL RAMAZZINI E IL FUTURO DELLA SANITà 

La minoranza sull’ospedale: «Risistemare quello esistente»

Saverio Cioce
La minoranza sull’ospedale: «Risistemare quello esistente»

Medici (M5S): «Se serve un’altra sede meglio utilizzare gli spazi per gli anziani» Boccaletti (Lega): «Non impoverire la Bassa». Pescetelli (Cf):«Piano comune»

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Continua a tenere banco la vicenda del nuovo ospedale di Carpi, dove il braccio di ferro sotterraneo tra alcuni sindaci della Bassa e la maggioranza Pd è diventato uno scontro aperto. Dentro il parlamentino della sanità locale (il Ctss, ovvero Conferenza Territoriale Socio Sanitaria) è esploso lo scontro tra il sindaco di Mirandola Alberto Greco (neoeletto con il centrodestra) e il collega Bellelli appoggiato dal presidente e sindaco di Modena, Muzzarelli.

Anche a Carpi le opposizioni non stanno ferme; con vari accenti rifiutano i due capisaldi che vengono portati a sostegno del nuovo ospedale per spendere i 60 milioni che dovrebbero arrivare da Roma, ovvero l’impoverimento sanitario della Bassa e la cementificazione di terreno vergine a poche centinaia di metri dall’ospedale già esistente.

«Serve davvero una sede nuova al posto del Ramazzini? Una buona manutenzione e l’ampliamento della sede attuale, con la ristrutturazione per parti del vecchio ospedale, possono essere a portata di mano - attacca Monica Medici (5 Stelle) - A fianco del parcheggio ci sono tre strutture per anziani, enormi, che possono trovare spazio altrove. Bene, con quello spazio satellite, a pochi metri dal nostro ospedale, si può iniziare una ristrutturazione a scacchiera, creando edifici nuovi di sana pianta, aggiornati con i criteri più moderni dell’edilizia sanitaria. Per il resto fare un ospedale completamente da capo a fianco di quello vecchio mi sembra un controsenso. Poi c’è la questione importantissima della copertura sanitaria per i Comuni della Bassa. Non può esistere una struttura nuova a spese di Mirandola e degli altri otto paesi lì a fianco che hanno lì l’unico presidio sanitario. Non possiamo ragionare con la logica del campanilismo. Si deve parlare di nuovo ospedale solo se non si tolgono servizi, prestazioni e reparti ai nostri vicini. La sanità è una, siamo tutti nella stessa barca. Se si deve partire col nuovo serve una scelta baricentrica, tra Carpi e la Bassa».

Anche Federica Boccaletti (Lega) scuote il capo di fronte a una scelta che rifiuta a priori. «La pianificazione sanitaria è una questione regionale - argomenta - ma se dobbiamo ragionare di Carpi allora bisogna capire cosa vogliamo fare per garantire il massimo di prestazioni a tutti, senza penalizzare nessuno. Io credo che l’impegno dei nuovi sindaci della Bassa per garantire una qualità alta delle strutture sanitarie sia giusto. Detto questo se deve esserci una sede nuova sede si deve partire dall’esistente. E poi, che fine farebbe questa gigantesca struttura? Verrebbe abbandonata a sè stessa? Cosa ne faremmo? E infine cosa avremmo in cambio, un ospedale identico all’esistente a fianco di quello che già c’è? Se proprio non si potrà fare a meno di una nuova struttura allora dovrà essere utile anche per la Bassa».

Il destino dell’ospedale S.Maria Bianca di Mirandola quale sarà dunque? Il sindaco Bellelli ha fatto sapere chiaro e tondo cosa pensa, sia ai colleghi nella sede del Ctss sia nella seduta dell’altro giorno in cui, assieme a Muzzarelli, ha riepilogato i termini della questione.

«Serve un ospedale nuovo perchè quello esistente è vecchio - ha detto in buona sisntesi - Il Cipe ha sbloccato un finanziamento di 60 milioni per la struttura di Carpi, e ora bisogna muoversi. Ci sono altri 24 milioni in ballo per riqualificare la lerete sanitaria, Carpi e Mirandola dovranno collaborare. E non verranno sottratte risorse alla Bassa».

Michele Pescetelli (Carpi Futura) è favorevole a una nuova sede («Quella esistente è inadeguata agli standard di efficienza e sicurezza previsti dalle leggi attuali»), eventualmente anche riutilizzando le aree vicine e risistemando l’intera zona, ma senza contrapposizioni frontali con Mirandola. «Per quella realtà - sottolinea - vanno fatti salvi i bisogni primari per le emergenze e l’assistenza, ma anche senza escludere eventuali specializzazioni all’interno della rete sanitaria». —

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