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la storia

«Una bimba tolta ai famigliari soltanto perché poveri»

S.TO

La Caramella Buona svela un caso del passato con motivazioni dubbie «Non aveva il cappotto e non la portavano al Mc...»

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«Sono tanti, tantissimi i casi di allontanamento dai genitori, questa scure che taglia inesorabilmente il legame tra un minore, e guarda caso sempre un piccolo in tenera età, e la sua famiglia. Provvedimenti che arrivano sostenuti da motivazioni paradossali, strumentali, forzate, quando invece, come nel caso che affrontai 12 anni fa, sarebbe bastato un aiuto, un sostegno economico a risolvere la situazione. Era un caso di indigenza e di poca cultura, di “ignoranza” in questo senso, da parte dei genitori: il disagio di una piccola era dovuto solo a questo. Non c’erano maltrattamenti, mai, ma si è preferito allontanare questa figlia dalla sua famiglia».

L’avvocato Mariella Bonghi, che fa parte del team affidi della onlus La Caramella buona, l’associazione che si occupa di prevenzione e repressione del reato della pedofilia, di reati sessuali alla persona e stalking alle donne, ha deciso di raccontare questa vicenda della quale si occupò direttamente, in modo che questo caso faccia meditare alla luce anche del caso di Bibbiano. Qui non c’è nessun reato, ma è il modus operandi sul quale riflettere: «Ora si parla tanto di riesaminare in tribunale i casi, ma sarebbe meglio che il tribunale dei minori esaminasse sin da subito ciò che viene presentato dagli assistenti sociali». L’avvocato inquadra la situazione famigliare del 2007: una coppia di cinquantenni venuta dal Sud per venire a vivere a Modena, lui muratore, lei casalinga, parecchi figli, tre che vivono coi genitori in un appartamento in affitto, piuttosto modesto. La scintilla che fa scattare i servizi sociali di Modena arriva dal caso del fratello 15enne, che ancora frequenta la scuola medie e che viene bullizzato perché obeso e decide di non voler più andare a scuola. «Arrivano i servizi sociali - spiega l’avvocato - e iniziano a puntare il loro obiettivo sulla bambina, che faceva i primi anni delle elementari. Inizialmente non dava problemi a scuola, ma già la madre veniva accusata di scarse attenzioni, come il non andare a firmare la pagella. Fatto non vero, ho gli originali firmati dal genitore».

La situazione si aggrava in famiglia: la sorella maggiorenne con una disabilità resta incinta, partorisce, gli assistenti, un’altra equipe, decide di togliere questo neonato alla giovane. «La piccola rimase scossa da questo avvenimento. Cominciò a vedere dei nemici negli assistenti sociali- spiega l’avvocato Bonghi – questi intanto avevano segnalato il caso al tribunale di Bologna, ma le scarse attenzioni della madre non venero ritenute motivo sufficiente per dei provvedimenti. Venne deciso che venisse affiancata da un’operatrice al pomeriggio. La piccola subì un forte stress dalla vicenda della sorella e iniziò ad andare male a scuola. I servizi sociali decisero di sottoporre al Tribunale per i minorenni, l’affidamento della bambina ad una struttura». L’avvocato spiega che per ottenere il provvedimento vennero avanzate ulteriori motivazioni nelle relazioni «con frasi incredibili e significative di un discutibile modo di operare di alcuni operatori e tribunali dei minori». «Veniva rinfacciato il fato che la bimba uscisse in inverno senza il giubbottino nonostante il freddo. Aggiungo io che la piccola era cicciottella e quell'inverno era mite.

Eppure il Servizio Sociale riferisce: “l’educatrice ha dovuto dire alla minore di vestirsi con abiti più adeguati alla stagione, altrimenti non l’avrebbe portata con sé”. Poi i servizi riferiscono che “la bimba ha scoperto luoghi mai frequentati quali i centri commerciali, Mc Donald’s, etc”, come se l’impossibilità economica dei genitori di farle frequentare quei luoghi, fosse una colpa che non poteva essere perdonata». «Provvedimento che arrivò inesorabile - dice l’avvocato - i vigili andarono a prendere la piccola a scuola e diedero solo mezz’ora ai genitori per arrivare all’istituto. La madre non fece in tempo. E non dissero nemmeno dove l’avevano portata, ovvero in una casa famiglia a Forlì. E da quel momento potevano contattare la loro piccola solo al telefono e in alcuni giorni». Alla fine , dopo vari ricorsi e istanze, la stessa famiglia si arrese. —

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