Un “sarcofago” o un’enorme buca per la montagna amianto all’ex Bianchini
Arpa e Ausl hanno bocciato il piano d’azione con Unimore. «I cumuli sono inquinati, inutile cercare percentuali»
. Che la presenza di amianto nei cumuli della ex Bianchini Costruzioni raggiunga o meno determinate percentuali è irrilevante: tutti gli inerti contaminati da una pur minima percentuale di amianto vanno trattati come un rifiuto pericoloso, sulla base di normative nazionali e internazionali. Inutile dunque perdere tempo a “caratterizzarli”. Anzi, sarebbe pericoloso andare a smuovere i cumuli dove la presenza di amianto è già certificata. Vanno solo bonificati. Piuttosto, c’è da verificare se l’amianto - come si teme - sia presente anche nei cumuli non esaminati, nei terreni adiacenti, nei cortili creati con lo stesso materiale dell’azienda.
È in sostanza questa la “sentenza” pronunciata dai rappresentanti di Arpa e Ausl in due recenti incontri. L’uno in municipio a San Felice con la nuova amministrazione l’11 luglio: c’erano Forti e Checchi di Arpae, Galavotti dell’Ausl, Ferrari della Regione, e Gualtieri di Unimore. L’altro incontro si è tenuto Bologna.
Al termine di una discussione anche accesa, va in freezer la convenzione firmata nei mesi scorsi, per cui l’Università avrebbe lavorato gratis a questa caratterizzazione dei cumuli e il Comune avrebbe pagato le costose analisi, per stabilire quanto amianto sia presente nel sito. Il problema della montagna al polo industriale sanfeliciano torna nelle mani dello Stato e della nuova amministrazione. Tanto che il nuovo sindaco Michele Goldoni si è detto preoccupato e perplesso su quanto finora fatto. Perché, dopo tante chiacchiere, si torna da capo.
Arpae e Ausl hanno aggiunto che il pallino è in mano alla proprietà. In questo caso all’avvocato Di Legami, amministratore giudiziario dei beni prima sequestrati e ora confiscati con la sentenza di primo grado. In sostanza Di Legami (lo Stato) dovrà presentare un piano di bonifica alla Conferenza di servizi. Con tutte le incognite del caso. Anzitutto per i costi: si tratterebbe di trasportare in sicurezza in una discarica autorizzata gli inerti dei cumuli più o meno contaminati. Come quello fatto coprire dallo stesso amministratore giudiziario, a sue spese. O quello asportato a Ricommerciamo e fatto riportare dal Comune alla Bianchini, che non era autorizzata come discarica, e da dove non è mai uscito. Ma a questo punto si tratta anche di “scorticare” l’area. una pulizia superficiale del terreno a prezzi proibitivi. Oppure tornerà in auge il famoso “sarcofago” a suo tempo caldeggiato dagli stessi enti: la gettata di cemento, più che l’inumazione suggerita invece da Belpoggi dell’istituto Ramazzini. —
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