Gazzetta di Modena

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È tornato Vando, l’amico di Fidel Castro

Saverio Cioce

Martinelli ha 89 anni e vive di nuovo a Soliera. Era il consigliere straniero più apprezzato. 50 anni a Cuba da residente

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Dopo cinquant’anni e centinaia di viaggi intorno al mondo, Vando Martinelli è tornato a casa. Abita dai suoi parenti all’Hotel Marchi, all’Appalto, e ha portato da Cuba, dove ha vissuto per mezzo secolo esatto, poche camicie e molti ricordi.

Tutto il resto, gli oggetti e i quadri raccolti in una vita errabonda al servizio della “causa rivoluzionaria”, sono rimasti nella villetta a due passi dal Malecòn, il lungomare dell’Avana. Lui, amico dello scrittore colombiano Gabriel Garcia Marquez, ha ereditato una sorta di realismo malinconico. «Non credo che ci tornerò più. I viaggi ormai mi stancano, non potrei reggere tutte quelle ore di volo. E poi c’è la salute, non è più quella di una volta». A 89 anni compiuti il 19 luglio, Martinelli può permettersi l’amara ironia sui suoi problemi di cuore e di diabete che lo hanno messo fuori gioco.

«Se non era per il mio amico Clarenzio Ascari non sarei qui - dice indicando chi gli sta seduto davanti, fondatore di “Modena per Cuba”, pendolare più volte all’anno tra Modena e l’Avana - Lui ha visto che stavo male e, dopo avermi portato in ospedale, mi ha caricato di peso sul primo aereo per l’Italia. Mi dispiace molto non rivedere i miei amici più cari, ma ormai resterò qui a Soliera, dove sono nato e dove ho vissuto gli anni della giovinezza».

Già, gli amici. Per uno come Vando che ha lavorato per i russi durante la Guerra Fredda, che è stato tra le varie vite funzionario dell’Italturist e del Pci a Mosca come a Budapest, che ha conosciuto da vicino Togliatti, Cossutta, Longo e Berlinguer, l’elenco dei coetanei ancora in vita si è assottigliato parecchio. «Devo a Berlinguer - ricorda scherzando - il fatto di aver smesso con le sigarette. Quando lo presentai a Fidel Castro e rimanemmo a chiacchierare tutti e tre, il lider maximo mi offrì più volte il sigaro, che rifiutai. E nel frattempo non toccai il pacchetto che avevo in tasca, non voleva fare brutta figura. All’epoca fumavo cento, e sottolineo cento, sigarette al giorno. Cinque pacchetti in media. Ma dopo quella prima ora senza tabacco ho deciso che avrei potuto continuare. E così è stato».

Se n’è andato anche l’amico a cui era più affezionato, Fidel. Al leader rivoluzionario e alla sua famiglia Vando era molto legato, e anche ai più alti dirigenti del regime, come testimoniano le fotografie sui giornali cubani che lo ritraggono alle spalle del leader nelle celebrazioni ufficiali. Nelle manifestazioni pubbliche più importanti, il modenese con il cuore cubano (e castrista) è sempre nelle prime file tra i vertici del Pcc e dei ministri cubani, i capi di Stato del resto del mondo sono molto più indietro. Fidel ha voluto conferirgli la più alta onorificenza per uno straniero, la Medaglia dell’Amicizia.

«A Cuba ho la qualifica di residente permanente come straniero e voto regolarmente alle elezioni - dice con un pizzico di civetteria - ma non ho mai preso la cittadinanza. Sono italiano, emiliano e modenese per nascita e vocazione. Non potrei essere altro».

Proviamo a raccontare una vita pericolosa?

«Non so a chi possa interessare - scherza - Certo, non è stata semplice. Sono nato nel ’30 in una famiglia antifascista, quando non avere la tessera fascista significava non avere lavoro. Ma mio padre trovò lavoro presso un commerciante, Lodi, che da altre sponde politiche la pensava come lui su Mussolini. Mio madre morì dopo avermi messo al mondo, e mio padre scomparve quando ero ragazzo e fui allevato dalle sue sorelle. A 14 anni, ero con mio fratello partigiano; nel ’44 trasportavo le armi di nascosto come staffetta da un posto all’altro. Un anno dopo mi iscrissi al Pci».

Un fratello che le ha fatto da padre

«Di fatto sì. Dino aveva sette anni più di me, non aveva paura di nulla, sequestrò le prime armi minacciando un fascista con una pipa, di spalle, e poi attraversò due volte il fronte portando a casa armi inglesi e americane. Morì in un incidente stradale cinque mesi dopo la fine della guerra. Io ho imparato presto a darmi da fare per mantenermi».

Come?

«Già in prima elementare vinsi un premio, nel 1936, in una gara di lettura, superando alunni di quarta. Poi feci il Corni, cinque anni ma niente diploma: accompagnai in Ungheria una delegazione e nell’ultimo mese non feci un’ora di lezione. Poi tra consulenze fiscali e attività di partito come accompagnatore all’Est, non mi avanzava molto tempo per il resto».

Si è molto parlato dei canali di finanziamento dalla Russia al Pci.

«Senta - risponde con malcelato fastidio - a quell’epoca ognuna delle superpotenze finanziava i suoi sostenitori. In ogni modo. Forse che la Cisl non è nata e cresciuta con i dollari americani?»

Lei è diventato responsabile dell’Ufficio Esteri alla Federazione Pci, aveva un ufficio in via Fontanelli.

«Sì. Era un lavoro ufficiale, alla luce del sole. Sono stato funzionario Pci, come i colleghi negli altri partiti».

Dopo anni di viaggi nei “paesi socialisti” lo sbarco a Cuba

«Il 1° maggio 1969 ero lì per i festeggiamenti e fui avvicinato da un amico di Fidel Castro, partito con lui dalla Sierra Maestra già negli anni della guerriglia. Un amico di Fidel mi chiese di far presente a Italturist che loro avevano bisogno di turisti e che noi avevamo l’agenzia viaggi più efficiente. Due settimane dopo mi proposero di trasferirmi a Cuba. E lì sono rimasto, con vari ruoli, compreso quello di corrispondente dell’Unità e di rappresentante ufficiale del Pci. Successivamente ho svolto anche attività professionali, per ditte che volevano aprire sedi».

Ad esempio?

«La San Pellegrino. Ho rivisto l’ex proprietario quando è venuto all’Avana con papa Wojtyla».

E il ruolo di attore?

«Piccoli parti, produzioni cubane. Anche una piccola interpretazione in una telenovela e la gente mi riconosceva per strada. Amo il teatro, sì».

Poi ci sono stati ruoli più impegnativi. In Cile nel ’73, in Angola nel ’75 con il ritiro dei militari cubani

«Ci sono stati anche momenti gratificanti. Nel ’75, dichiarato dall’Onu Anno della Donna, organizzammo all’Avana una sfilata di moda italiana con il giornale Annabella diretto da Paolo Occhipinti e fu un successo. Paola Fallaci, sorella di Oriana, fece un reportage. Le modelle erano la neoletta Miss Nordamerica e una principessa belga imparentata con la casa regnante».

Il colpo di stato con l’assassinio di Allende?

«Avrei dovuto essere proprio lì, a Santiago, l’11 settembre 73, il giorno del golpe contro il presidente; mi aveva invitato la moglie di Allende ma all’ultimo momento rinviai il viaggio. Ci sono tornato sotto la dittatura di Pinochet, ufficialmente come turista italiano. Grazie anche ai buoni uffici con il cardinale di Santiago, siamo riusciti a far uscire clandestinamente parecchi oppositori».

Sull’Angola, dove la sua vita è cambiata di nuovo, Martinelli preferisce glissare. «A 89 anni - dice - non rinuncio ai miei ideali e a sperare in un mondo più giusto. Io non lo vedrò ma lo spero per i miei nipoti». —



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