Il precedente a Torino / Due morti e 1.500 feriti per la tragica finalissima
TORINO «La banda torinese dello spray al peperoncino è stata smascherata partendo da un banale furto di un cellulare in un centro commerciale della città. Indagando su un reato minore, abbiamo sviluppato tutto il resto, scoprendo che alcuni soggetti, per lo più minorenni, maghrebini di seconda generazione, non rubavano solo cellulari, ma facevano ben altro. Erano i responsabili della tragedia di piazza San Carlo». Così racconta l’ex questore di Torino, Francesco Messina, oggi direttore centrale anticrimine della polizia.
Piazza San Carlo come Corinaldo. Due storie simili unite dall’uso scellerato di spray al peperoncino per scatenare panico e depredare le persone. Come si possono smascherare queste nuove gang criminali?
«Grazie allo studio dei social network abbiamo ricostruito le imprese criminali di quella banda. Poi con intercettazioni telefoniche e pedinamenti. A poco a poco ci siamo resi conto che non era una semplice baby gang, ma un gruppo di soggetti votati alla consumazione di delitti gravi con freddezza e lucidità, con una suddivisione di compiti e con un totale disprezzo per le conseguenze provocate dal loro modus operandi».
Intende dire che la tragedia di Torino, del 3 giugno del 2017, non li dissuase dal commettere altri crimini?
«Continuarono a consumare delitti anche dopo e con le stesse modalità. Con un sistema organizzato. Ognuno con un compito ben preciso. Chi doveva acquistare le bombolette spray, e chi doveva individuare gli eventi dove colpire. Si muovevano sul territorio italiano e all’estero nella totale certezza dell’impunità. Nella totale assenza di scuola e famiglia. Non andavano a lezione e i genitori se ne disinteressavano».
Un contesto difficile?
«Nel caso di Torino accertammo il fallimento del contesto familiare e scolastico. Anche se la scuola non può supplire a tutti i problemi, serve la famiglia. Quei ragazzi avevano un tenore di vita altissimo, incompatibile con le loro vite da adolescenti».
Quanto è diffusa questa tecnica criminale?
«Partendo da quella traccia investigativa abbiamo scoperto che c’erano molti gruppi dediti a questo tipo di rapina. Una pratica predatoria adottata da molti soggetti attivi sia in ambito nazionale che internazionale, pur non essendoci rapporti diretti tra loro. Ma c’è un elemento significativo: il gruppo indagato a Torino aveva la consapevolezza che altre bande agivano nella stessa maniera. Andando a ritroso nel tempo abbiamo analizzato tutti gli episodi caratterizzati dall’uso di gas urticanti. Così abbiamo scoperto l’esistenza di più gang, molte all’estero. Ma i vari episodi analizzati avevano avuto scarsa rilevanza mediatica, fino agli eventi di Torino».
I social network hanno contribuito ad alimentare questo fenomeno criminale?
«Credo di sì. Non intendo demonizzare i social ma è un dato di fatto che abbiamo avuto un ruolo. I componenti della banda torinese, ogni volta che consumavano un’azione predatoria, avevano la faccia tosta di mettere sui social l’esito delle loro imprese criminali, mostrando i bottini. Facevano vedere le collanine. Evidentemente avevano un pubblico. E per i social hanno pagato. Partendo dallo studio dei vari profili abbiamo trovato gli elementi per collegarli alla tragedia di piazza San Carlo».—
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