Banda dello spray, anche Moez Akari si dice innocente: "Io non c'entro con la strage"
Dopo Andrea 'Cava' Cavallari, anche Moez Akari si è detto del tutto estraneo a quanto è successo a Corinaldo, tra il 7 e l’8 dicembre dello scorso, all’interno del ’Lanterna Azzurra Clubbing’, dove scoppiò il panico per l’aria resa irrespirabile da una sostanza urticante e nella calca davanti a un’uscita di sicurezza morirono sei persone.
MODENA. Dopo Andrea 'Cava' Cavallari, anche Moez Akari si è detto del tutto estraneo a quanto è successo a Corinaldo, tra il 7 e l’8 dicembre dello scorso, all’interno del ’Lanterna Azzurra Clubbing’, dove scoppiò il panico per l’aria resa irrespirabile da una sostanza urticante e nella calca davanti a un’uscita di sicurezza morirono sei persone.
Lo ha riferito il suo legale Gianluca Scalera, al termine dell’interrogatorio di garanzia a cui è stato sottoposto oggi il ventiduenne tunisino residente a Castelnuovo Rangone ( Modena), il più anziano in quella che gli inquirenti considerano la ’banda dello spray’ che colpiva nei locali di mezza Italia. Davanti al gip Andrea Romito, delegato dal collega di Ancona, Carlo Cimini, Akari si è avvalso della facoltà di non rispondere, ma ha reso al magistrato che lo ha interrogato una dichiarazione spontanea.
«Ha ribadito l’assoluta estraneità alla vicenda di Corinaldo - ha spiegato il suo avvocato, uscendo dal carcere di Modena -. Lui era lì (arrivò con Cavallari e Haddada intorno alla mezzanotte del 7 dicembre, ndr.), ma non c’entra niente con lo spruzzo dello spray, non ha avuto alcun tipo di contatto con gli altri, alcuni dei quali nemmeno conosceva». Del 22enne tunisino, Scalera ha aggiunto che «è sconvolto da questa vicenda». Si tratta della stessa linea difensiva adottata ieri da Cavallari, quello che gli inquirenti ritengono sia una sorta di capo di una delle due squadre che componevano la banda dei modenesi. «I miei assistiti si assumeranno la responsabilità per quello che hanno fatto, non per quello che non hanno fatto - ha detto l’avvocato Scalera, che difende sia ’Cavà che Akari -. Stiamo lavorando, faremo delle indagini difensive, sentiremo delle persone, abbiamo un grande lavoro da fare»
La priorità dell’azione difensiva è dimostrare che le due bande, quella guidata da Cavallari e quella di Di Puorto, il cui dna è stato rintracciato sul tappo della bomboletta spray al peperoncino, agivano slegate tra loro. Per gli inquirenti, invece, la banda dei modenesi è unica e si divideva in due squadre; in una di queste, Moez Akari era considerato ’il maestro del gas’, «per l’uso abituale dello spray al peperoncino»: a confermarlo sarebbero numerose intercettazioni «dalle quali è emerso che costui ha utilizzato lo spray in diversi locali, anche più volte nella stessa serata».
Durante gli 8 mesi di inchiesta, sarebbe emerso che Akari «ha sempre collaborato con Andrea Cavallari e, di conseguenza, con Souahib Haddada (preso venerdì notte a Cervia e oggi sentito nel carcere di Ravenna, ndr.) e Badr Amouiyah. Era lui, insieme a ’Cavà che sceglieva »i locali da colpire« e con lui decidevano »le modalità esecutive da adottare all’interno dei locali, anche in relazione alla presenza di bande rivali«. Sempre insieme »hanno gestito i contatti con il ricettatore Andrea Balugani«, anche lui finito in carcere, e »costretto« una persona (usando anche una mazza da baseball, ndr.) »ad accompagnarli in occasione delle varie trasferte finalizzate alla commissione di furti all’interno delle discoteche«. Secondo la procura di Ancona, tra l’inizio di novembre 2018 e metà maggio scorso, Akari avrebbe partecipato a 28 episodi di scippi e rapine all’interno di locali.
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