«I bimbi bruciati? C’erano. Ma non si indagò abbastanza»
Le sconcertanti affermazioni sui social della figlia di uno dei capi dei Servizi Sociali E a Bibbiano volevano minacciare i carabinieri di portare via i figli anche a loro
MIRANDOLA. «I bambini sgozzati, feriti, mutilati, trucidati ogni sera alla ex Samis di Massa e nei cimiteri della Bassa c’erano davvero, e venivano dal Kosovo. Solo che la magistratura non ha indagato abbastanza». Lo scrive sui social la figlia di uno dei capi dei servizi sociali: convinzioni che vanno a confermare i racconti di alcuni dei bambini portati via alle famiglie venti anni fa. Racconti che quattro di quei bambini oggi negano, svelando un inquietante sistema di pressioni da parte di chi voleva far confessare loro queste nefandezze. Racconti, si ricorderà, smentiti dalle stesse sentenze della vicenda “Veleno”.
Racconti però sostenuti ancora oggi da altri di quegli ex bambini, tolti alle famiglie naturali e mai più tornati a casa. Racconti privi di circostanze, di concretezza (fu anche inutilmente dragato il fiume Panaro, si ricorderà). Eppure c’è chi, ancora oggi, nel pieno delle polemiche su Veleno e su Bibbiano, continua a sostenere queste convinzioni.
Come detto si tratta della figlia - oggi adulta - di uno dei responsabili dei servizi sociali della Bassa che all’epoca portarono via i figli alle famiglie, seguendo metodi “verificazionisti” (cioè convinti di una verità precostituita che si doveva a tutti i costi far raccontare ai bambini) usati a Mirandola all’epoca e a Bibbiano di recente.
«Erano bambini che venivano dal Kosovo e i loro corpi sono stati bruciati... se leggete le 20mila pagine di testimonianze, processi e sentenze questa cosa saltava all’occhio... ma la magistratura ha preferito non fare ricerche accurate e chiudere quella questione dato che superficialmente non erano emerse prove troppo compromettenti...”, scrive la donna.
Intanto è emerso in questi giorni che, a proposito dei metodi seguiti, i tre giudici del Tribunale del Riesame non hanno affatto riabilitato Claudio Foti dell’associazione Hansel e Gretel (che operava a in passato a Mirandola, e operava a Bibbiano, nella cui inchiesta è stato arrestato). Pur rimodulando l’accusa, i magistrati sostengono - tra l’altro - che Foti fosse spinto da «una commistione di motivi ideologici o professionali e soprattutto economici». Parlando di una vera e propria “scuola Foti” nella psicoterapia dei bambini, caratterizzata da «elementi di forte pressione e forzatura nonché ingerenza nella vita privata nei minori, in violazione della Carta di Noto». Proprio le perplessità sostenute a suo tempo a Mirandola, dove operarono per Hansel e Gretel l’allora moglie e una collega di Foti.
Ieri poi la Rai nei Tg ha fatto ascoltare una intercettazione choc tra le psicoterapeute che lavoravano a Bibbiano.
«...E comunque potevi anche dirgli guardi che lei è sposato, c’ha figli, cioè non si sa mai...». Queste le parole riferite dalle agenzie, seguite poi da una risata. Si tratta di una delle intercettazioni ambientali in cui parlano una neuropsichiatra e una psicologa dell'Ausl reggiane, entrambe indagate (una a piede libero, l'altra sospesa per sei mesi dalla professione) nell’inchiesta “Angeli e Demoni”.
In questa conversazione le due professioniste si riferivano a un maresciallo dei carabinieri che aveva chiesto loro documenti sugli affidi di Bibbiano. Il reato di minacce a pubblico ufficiale - seppur vi fossero i presupposti, secondo gli inquirenti - al momento non è stato loro contestato. Si vedrà. Resta che ogni occasione - dai social alle inchieste - svela pensiero e modi di queste persone. —
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