Gazzetta di Modena

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la psicoterapeuta chiara marchi 

Tablet e smartphone «Non sono il diavolo Con i vostri figli buttatela sul gioco»

Gaetano Cervone
Tablet e smartphone «Non sono il diavolo Con i vostri figli buttatela sul gioco»

Dopo gli ultimi dati dell’Organizzazione mondiale della Sanità «L’abuso è errato, ma i genitori evitino divieti fini a se stessi»

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Smartphone e neonati, tablet e bambini, videogame e adolescenti: la domanda dei genitori (più attenti) è sempre la stessa. Sono nocivi? Fanno male allo sviluppo dei più piccoli o possono aiutare a far emergere nuove attitudini? L’Organizzazione mondiale della Sanità è stata netta: divieto assoluto fino ai due anni, ma oltre questa soglia l’esposizione a qualsiasi tipo di schermo deve essere comunque moderata. Ed è nel campo della discrezionalità che emergono i principali dubbi, nella scelta del tempo massimo consentito, nella paura che l’abuso possa poi portare alla dipendenza, un rischio che non deve essere sottovalutato: «La difficoltà nello studio di questa dipendenza e che ci muoviamo nell’ambito di oggetti, quali smartphone e tablet, che di principio non sono strumenti nocivi, ma che anzi nella nostra vita quotidiana svolgono ormai una funzione vitale» premette la carpigiana Chiara Marchi, psicologa e psicoterapeuta cognitivo comportamentale che - nella squadra di Tice . si occupa della patrologia legata alla dipendenza da schermi in fase adolescenziale.

C’è dunque un confine molto labile tra uso e abuso di device in una società che ci vede (in alcuni casi, vuole) iperconnessi, a partire dagli adulti: «Non bisogna limitarsi a pensare che sia tutto una questione di tempo trascorso davanti allo schermo a giocare ai videogames, perché sono invece determinati comportamenti che devono far scattare un campanello di allarme - spiega - Si parla di patologia quando la privazione del device comporta una crisi, una sorta di astinenza, evidenziate da eccessiva irritabilità e risposte negative. Altro aspetto importante è capire quanto il device sia predominante rispetto a tutto il resto, come una rete di amici con cui uscire, le attività extrascolastiche, uno stile di vita sano».

Si può dunque restare inchiodati anche 10 ore davanti ad uno schermo, ma se si va bene a scuola, si pratica sport, si coltivano amicizie e interessi, il problema non esiste: «Il punto è capire quando diventa ossessione, quando è dissonante con la vita ed è per questo che si chiamano nuove dipendenze, perché di default non sono negative come nel caso della droga o dell’alcol, ma possono diventarlo».

E allora: come evitarlo? Non c’è una lista di “10 cosa da fare per…” in questo ambito, ma alcuni comportamenti dei genitori restano fondamentali: «Il contesto familiare è il primo e ottimo erogatore di stimoli per i bambini, coinvolgerli in qualsiasi altro tipo di attività è comunque un’alternativa ai videogames, al device, a quella piazza virtuale in cui magari si affacciano e dove si sentono realizzati, apprezzati e dunque più sicuri - rileva Marchi - Non bisogna infatti pensare che i figli chiusi in stanza siano soli, perché magari pensano di stare davvero fuori casa, soltanto che è una piazza virtuale».

C’è però una semplice domanda che può aiutare ad entrare nel mondo dei propri figli: «Piuttosto che “Come è andata oggi a scuola?”, si provi a chiedere come vanno le cose ai videogames, si accetti di giocarci per capire il loro mondo, farne parte, senza demonizzarlo o scalzarlo, perché sarebbe un divieto fine a se stesso - conclude - Il miglior modo per ridurne l’appetibilità è poi spostare il piacere su qualcos’altro, su attività nuove. Il concetto basilare resta il solito: la privazione senza alternative ha poco senso. Meglio offrire un ventaglio di possibilità». Per poi magari scoprire che stare con i figli è molto più piacevole che aggiornare gli stati di Facebook o postare le foto su Instagram. —

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