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Distretti modenesi una locomotiva per l’export locale e quello regionale

Paolo Seghedoni
Distretti modenesi una locomotiva per l’export locale e quello regionale

Nel primo trimestre 2019 si è verificata una crescita dell’1%  Meccanica, biomedicale, manifatturiero in espansione

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I distretti ‘tengono botta’ e continuano a trainare l’export regionale e modenese in particolare. Il dato emerge dal ‘monitor dei distretti industriali dell’Emilia-Romagna’ curato dall’ufficio studi e ricerche di Intesa Sanpaolo. Nel primo trimestre 2019 l’export regionale cresce dell’1% rispetto all’anno precedente, proseguendo sulla strada tracciata nel 2018, quando la crescita era dell’1,3%. Affidiamo il commento ai dati al professore carpigiano Franco Mosconi, docente di Economia e Politica Industriale all’Università di Parma e studioso da anni del “Modello Emiliano” (il suo libro col Mulino è del 2012).

«Si conferma per l’ennesima volta il ruolo guida della meccanica – spiega Mosconi - che da noi lungo la via Emilia e in particolare a Modena, Bologna, Reggio e Parma, più che altrove, è già da anni meccatronica e pertanto il naturale terreno di elezione di industria 4.0. Insomma, questi dati vanno presi come l’ennesima conferma che la specializzazione emiliana nella meccanica avanzata continua a essere un punto di forza, che oggi pone la nostra manifattura in condizione di cogliere le opportunità della quarta rivoluzione industriale. Fuori dalla meccanica, i dati mostrano che va bene l’alimentare (anche se il comparto delle carni di Modena cala, ma non va dimenticato che i dati trimestrali a volte risentono di eventi congiunturali), ma non dimentichiamo la moda. L’abbigliamento di Carpi rappresenta un distretto che si confronta con mercati di riferimento mondiali. Esportare quando si ha a che fare con una concorrenza davvero globale è una sfida molto impegnativa, ma nonostante tutto questo Carpi (col +1%) tiene e questa è già una buona notizia».

Guardando poi ai dati eccellenti del biomedicale, il professor Mosconi aggiunge: «Mirandola è un distretto non tradizionale, viene censito come ‘polo tecnologico’, e va molto bene. Non accidentalmente, le grandi multinazionali tedesche o americane - oggi, i principali operatori del distretto - si sono ben guardate, dopo il terribile terremoto del 2012, di spostare le loro basi dal territorio di Mirandola e dintorni; anzi le hanno rafforzate. Perché c’è un know-how che non sarebbe stato riproducibile in altre parti d’Europa».

Ma col professor Mosconi si può fare il punto sul sistema dei distretti, parte essenziale - e non da oggi - del cosiddetto ‘modello emiliano’: «Solo a fine anno sarà saggio tirare conclusioni, ma possiamo già dire che i dati del primo trimestre 2019, complessivamente positivi per l’Emilia-Romagna, non nascono dal nulla. Si iscrivono in una serie di risultati positivi che da alcuni anni caratterizzano l’industria manifatturiera emiliano-romagnola. Non a caso anche a Milano, la capitale economica d’Italia, da alcuni anni si parla sempre più insistentemente di ‘locomotiva Emilia’. Il modello emiliano, insomma, è ancora vivo e vegeto come dimostrano i dati sulla crescita del Pil, della produzione industriale, degli occupati, delle esportazioni». Secondo il docente sono due le traiettorie che hanno sostenuto la tenuta e il cambiamento del modello dei distretti emiliani: «Da un lato il consolidamento delle dimensioni d’impresa: le medie imprese sono sempre più la spina dorsale della nostra manifattura; nei distretti, dove l’unione fa la forza, sono nate imprese leader di distretto. È ancora: sono arrivati capitali stranieri. La dimensione conta perché consente di fare meglio le due azioni strategiche oggi più importanti: ricerca e innovazione; presenza sui mercati esteri. La seconda grande traiettoria per la metamorfosi del modello emiliano ha a che fare con ciò’ che chiamiamo specializzazione industriale, ovvero che cosa producono le imprese. In Emilia-Romagna sono nate nuove specializzazioni. Si pensi a farmaceutica, wellness, tecnologie dell’informazione. Si badi bene: anche nei settori tradizionali - come la moda, l’alimentare, le piastrelle - le produzioni diventano sempre più sofisticate per il design, la qualità delle materie prima, l’attenzione alla sostenibilità ambientale».

Per chiudere Mosconi volge lo sguardo al ruolo della mano pubblica nell’economia: «La politica regionale si è mostrata attenta alle cose nuove, ciò sia lungo il versante dell’istruzione e della formazione tecnica, sia per le politiche industriali (pensiamo alla rete dei Tecnopoli e la legge 14 sull’attrazione degli Investimenti). Tre prime controprove di tutte queste traiettorie che si sono venute, per così, a sommare in Emilia-Romagna sono la nascita della ‘Data Valley’ bolognese e il ruolo centrale di Modena, grazie in primis al suo ateneo, lungo la nuova frontiera tecnologica dell’intelligenza artificiale. La costante è quella di un virtuoso rapporto atenei, imprese private e loro associazioni, istituzioni». —

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