Il viaggio senza ritorno di Tommasino Nero Cosa aveva visto per essere giustiziato?
Nella vita commerciante di auto, era salito al Nord per un acquisto Il suo corpo venne trovato nel cascinale di Casa del Bosco di Prignano
la storia
PIER LUIGI SALINARO
Era partito da Lamezia Terme in Calabria, per raggiungere Rimini. Lo aveva attirato l’annuncio della vendita di un automezzo per il trasporto di auto.
Un affare per Tommasino Carlo Nero, 45 anni, originario di Ricadi, entroterra tirrenico in provincia di Catanzaro, una compagna di 29 anni, dalla quale aveva avuto un figlio, commerciante di auto nuove e usate. Per questa sua attività la mattina dell’11 novembre 1991 era salito sulla sua Volvo con meta la città della riviera romagnola per andare ad acquistare quel mezzo. Ma a Rimini non è mai arrivato. Il suo viaggio si è fermato a Bologna San Ruffillo, dove è stata poi ritrovata la su auto.
La sua vita si è invece fermata in un casolare abbandonato i località Casa del Bosco di Prignano. Il suo corpo crivellato di colpi di pistola, sei (subito sembravano otto), e un colpo di grazia alla nuca. In tasca non aveva portafoglio e documenti, solo lo scontrino fiscale di un grill dell'Autosole. Una consumazione da 5mila lire fatta al Cantagallo.
Ci vollero cinque giorni per dare un’identità a quel cadavere. La compagna non riusciva a contattarlo da cinque giorni e per questo era andata dai carabinieri di Lamezia per denunciarne la scomparsa. Solo incrociando i dati di quella scomparsa, i carabinieri riuscirono a dare un nome e un volto a quell'uomo crivellato dai sette colpi di pistola. Un’autentica esecuzione in perfetto stile mafioso. Anche se non venne mai trovato un nesso, un anello di congiunzione tra vittima e criminalità organizzata, in questo caso di matrice 'ndranghetista.
E sulla carta non ve ne poteva essere considerando la vita irreprensibile di Tommasino Carlo Nero. Incensurato, mai controllato dalle forze dell'ordine, nemmeno la traccia di una multa stradale.
Famiglia paterna agiata, un lavoro che gli rendeva anche se qualcuno - smentito poi dal padre che viveva a La Spezia - parlava di recenti difficoltà finanziarie.
La sua morte diventa da subito un giallo e tale resterà nonostante le febbrili indagini di carabinieri e polizia, che cercarono ma senza esito un eventuale collegamento con il sequestro a Brescia, opera della 'ndrangheta, di Roberta Ghidini avvenuto proprio a cavallo dei giorni in cui Tommasino Carlo Nero era di fatto sparito dalla circolazione.
Chi poteva dunque aver voluto la morte o meglio l’esecuzione del commerciante di auto? Chi aveva incontrato a Bologna, dove venne, come detto, poi trovato la sua auto con un deflettore rotto e con quanto vi era a bordo sparito, compreso il libretto di circolazione?
Tutti particolari questi, ben studiati dall’assassino per mettere più tempo possibile, tra lui e l’omicidio. Compiuto chissà dove con il cadavere solo successivamente trasportato e abbandonato nel cascinale di Casa del Bosco di Prignano.
Ma torniamo alla mattina dell’11 novembre, quando Tommasino Carlo Nero salutò la compagna e abbracciò per l'ultima volta il suo piccolo, 8 anni.
Al volante della sua Volvo viaggia da Lamezia Terme in direzione di Rimini per concludere l'acquisto.
Nessuna sosta durante il tragitto, solo la fermata a Cantagallo intorno alla 17. Al grill Motta la consumazione. Forse non era solo? Gli invesitigatori per dare una risposta esaminano la registrazione delle telecamere a circuito chiuso del grill. Ma non sono fortunati. Il nastro si riavvolge e si cancella ogni 72 ore. L’orario battuto sullo scontrino indica proprio l’ora in cui il nastro stava facendo retromarcia.
È chiaro comunque che, proprio in autostrada a Bologna, il commerciante d’auto calabrese ha incontrato chi poi l'ha ucciso. Non si spiegherebbe altrimenti il fatto che la sua auto venne poi ritrovata a San Ruffillo, una manciata di chilometri dal grill. Cosa sia accaduto da quel momento fino al 17 novembre, quando è stato rinvenuto il cadavere, resta un mistero. L'autopsia stabilirà poi una presumibile data di morte: nella notte tra il 15 e il 16 novembre. Dove ha trascorso quei cinque giorni Tommasino Carlo Nero?
In nessun albergo di Bologna, nemmeno in quello dove era solito alloggiare quando saliva al nord.
E proprio il 15 novembre a Brescia viene sequestrata Roberta Ghidini. Da qui il sospetto che il commerciante di auto possa aver avuto a che fare con la banda di 'ndranghetisti, che per altro viene sgominata nel giro di una settimana con conseguente liberazione della rapita. Proprio il 15 novembre sull'autostrada ad Arezzo viene infatti fermato da una pattuglia della polstrada ad un grill uno dei sequestratori. Gli investigatori cercano di capire, indagano, ma non trovano alcun collegamento. Si è trattato solo di una coincidenza di date, un accavallarsi di avvenimenti che tuttavia ha dell'inquietante e fa sorgere il sospetto che Tommasino Carlo Nero, da ignaro testimone, abbia comunque visto ciò che non doveva vedere. A riprova l’ossessiva ricerca della perfezione da parte dell'assassino o degli assassini, nel voler far sparire ogni cosa che potesse portare all'immediata identificazione della vittima.
«Mio figlio è stato ucciso per errore", dirà poi il padre, aggiungendo «forse l'auto di grossa cilindrata targata Catanzaro, forse qualcuno lo ha scambiato per un altra persona. Una questione di debiti o una crisi finanziaria? Siamo una famiglia benestante, se Tommasino avesse avuto bisogno di soldi, me li avrebbe chiesti. A questo punto non saprei cosa dire o pensare. Posso solo dire che avevo un figlio, l'unico figlio maschio, che ora non c'è più». —
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