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Federica Ceccarini (Cna) «I giovani escono dalle scuole con tanta conoscenza ma sanno fare poco»

Vincenzo Brancatisano
Federica Ceccarini (Cna) «I giovani escono dalle scuole con tanta conoscenza ma sanno fare poco»

 Il quadro della responsabile del servizio Eciparlavoro «Non trovano in azienda i contesti dinamici sperati»

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MODENA  «I giovani hanno una visione diversa del lavoro rispetto a qualche anno fa e considerano appetibili ruoli e aziende che offrono tecnologia, flessibilità, setting dinamici, capacità di sviluppo».

Federica Ceccarini è responsabile del servizio “Eciparlavoro” della Cna di Modena.
 
Da che cosa dipende il problema, dottoressa Ceccarini?
«C’è una difficoltà di incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro, spesso imprese e lavoratori parlano linguaggi diversi e hanno una diversa visione. Se da un lato le imprese manifestano questi problemi, dall’altro lato i candidati non riscontrano in azienda ciò che cercano in termini di tecnologia e di capacità di sviluppo».
 
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Sono le aziende a doversi adattare alle esigenze dei giovani?
«I ragazzi escono dalla scuola o dall’università e vorrebbero contesti dinamici più digitali e tecnologici e quindi abbiamo davanti due anime che fanno fatica a incontrarsi. Noi notiamo che i ragazzi che escono da scuola non hanno problemi di conoscenze. Hanno semmai difficoltà nel saper fare e nel saper essere. Sanno, ma non sanno fare. Sanno tanto, ma sanno far poco. E non sanno essere, o almeno non ancora. Non hanno imparato come si sta in un ambiente professionale, come ci si relaziona, come ci si rapporta con i colleghi, con i capi e come si trasformano i desideri in obiettivi. Mancano le soft skills. Non hanno cioè la sensibilità dovuta nel chiedere qualcosa, perché nessuno gliel’ha insegnata. E’ un problema se dopo tre mesi si chiede un aumento con il messaggino».
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Ci sono carenze su questo piano da parte della scuola?
«Un punto di interesse importante riguarda il gap tra istruzione e mondo del lavoro, una questione della quale si discute tanto e che in effetti rappresenta uno degli aspetti su cui come associazione lavoriamo tanto collaborando con scuole, università e istituzioni identificando e attuando progetti proprio tesi a alleggerire il gap tra scuola e lavoro. D’altra parte, le aziende stanno cercando con grande fatica, lavoro e impegno, di cogliere l’opportunità del cambiamento che questo momento storico offre loro. Sono uscite dalla crisi cambiate, con la consapevolezza che un cambiamento è necessario. Dopo anni di difficoltà adesso è richiesto loro di cambiare pelle, diventare moderne. Quelle che se ne sono accorte, con tanto lavoro e con la collaborazione della nostra associazione, stanno cambiando rotta, modificando i processi, e soprattutto investono su quanto hanno di più prezioso: mettono al centro la persona. Sono consapevoli che le risorse umane hanno una necessità di attenzione maggiore rispetto a prima e che devono mettere le persone al primo posto. I ragazzi devono colmare le lacune ma le aziende devono fare tutto il resto». 
 
Che cosa?
«Devono rendersi economicamente appetibili per le risorse umane: sono le persone che consentono di arrivare al risultato». 
 
Molti lamentano che gli stipendi siano inadeguati. È questo?
«Non è tanto lo stipendio che conta, interessa loro di più la flessibilità e l’integrazione del lavoro con la propria vita, sanno che non saranno nello stesso posto ma non lo vogliono nemmeno. Devono diventare appetibili su tanti fronti, ad esempio la tecnologia è una necessità. Paradossalmente, oggi alle aziende viene richiesto di soddisfare l’offerta di lavoro espressa dai candidati. E una delle novità è che i candidati non sono più passivi, anzi interloquiscono con le imprese e contrattano. Non c’è da scandalizzarsi, allora, c’è da chiedersi come la domanda di lavoro delle imprese possa essere appetibile per l’offerta dei candidati che, pur con i limiti descritti, detta molte delle regole del mercato. La sfida è fare in modo che il linguaggio dei candidati collimi con quello delle imprese». —
 

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