«Non potevano più vivere in un’esistenza di sofferenze»
Parla il dottor Fabrizio Starace, responsabile per conto dell’Ausl del Servizio Salute Mentale e delle cure per i disabili psichici
LO PSICOLOGO
In questo caso sarebbe sbagliato parlare di omicidio suicidio. Per come si presentano i primi indizi direi proprio che sia stato un doppio suicidio. Il loro gesto, il loro ultimo passo insieme, scelto e attuato di comune accordo, fa capire la tragedia interiore di una scelta definitiva. Non potevano più vivere restando l’uno senza l’altra. E aspettare che la malattia li sprofondasse nel dolore e in una fine certa».
Chi parla è il professor Fabrizio Starace (nella foto), responsabile del Settore della Salute Mentale per l’Usl di Modena e componente nel Consiglio Superiore di Sanità come consulente del ministro.
Ma in questa vicenda parla come un medico che percorre da sempre il cammino accidentato della sofferenza mentale. «Nell’omicidio - suicidio - spiega - chi è depresso e supera il confine della realtà arriva a elaborare idee di persecuzione con il mondo e con la vita di tutti i giorni. L’omicidio di chi gli sta accanto è un modo aberrante, distorto, di proteggere qualcuno per evitargli altre sofferenze. Nel caso di Carpi invece non c’è stata nessuna costrizione, nessuna scelta che non sia stata accettata da entrambi. Tutti e due sono andati in albergo, si sono chiusi nella stanza e hanno portato a termine una decisione che evidentemente dovevano aver pianificato da tempo».
Ma quali potevano essere le motivazioni profonde che hanno spinto entrambi a farla finita?
«È difficile da accettare per chi non conosce quelle dinamiche - aggiunge Starace - È chiaro che per loro la vita era diventata intollerabile. Un grumo di sofferenze senza fine, che non potevano che aumentare. All’infinito, per quanto riguarda il dolore. E senza alcuna speranza di guarigione. Assieme a questo c’era la consapevolezza di non poter sostenere una quantità tale di dolore, senza senso. Senza remissione, senza salvezza. E hanno deciso di porre termine ai loro giorni con dignità, fino a che avevano la forza, in piena consapevolezza, senza coinvolgere altri».
Forse è questa la chiave per capire una scelta che a loro sembrava non più evitabile. E nemmeno rinviabile. Con questa consapevolezza hanno fatto l’ultimo passo.—
S.C.
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