«Per il Conte-bis la direzione è giusta ma la grande sfida è quella del lavoro»
Il prof. Enrico Giovannini: «Per aiutare l’occupazione servono la formazione e il sostegno del capitale umano»
L’INTERVISTA
Luca Gardinale
Oggi ce n’è poco, o almeno non ce n’è nella quantità e nella qualità che servirebbero. E domani potrebbe andare meglio? O le cose sono destinate a peggiorare? Al centro del problema è il lavoro, e soprattutto i lavoratori, alle prese con la quarta rivoluzione industriale e con una serie di difficoltà che si chiamano precariato, stipendi inadeguati e necessità di adattarsi a un mondo in continuo cambiamento.
Temi che dovranno essere al centro dell’agenda del governo Conte-bis in queste ore alla ricerca di fiducia. E questioni di cui si occupa da sempre il professor Enrico Giovannini, docente di Statistica economica all’Università “Tor Vergata” di Roma, ex presidente Istat e ministro del Lavoro nel governo Letta. Un profilo molto stimato nel mondo dell’economia e in quello della politica, tanto che il suo nome era in cima alla lista del presidente Mattarella per individuare il nuovo premier nel caso in cui non fosse arrivato l’accordo Pd-M5S.
Durante la crisi di governo, il suo nome era in cima alla lista dei possibili premier, ma alla fine è stata trovata una maggioranza politica che ha portato al Conte bis. Professore, cosa pensa del nuovo esecutivo?
«Come portavoce dell’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile, sono molto contento che alcune delle cose che portiamo avanti siano state inserite nel programma del nuovo governo: penso all’impegno per lo sviluppo sostenibile, concetto che ha a che fare con la giustizia, e alla volontà di abbattere le rette degli asili nido, che va nella direzione giusta. Insomma, anche se in queste settimane di negoziazione non abbiamo chiesto nulla, ci fa piacere trovare molte delle nostre istanze tra i punti che le forze di maggioranza hanno condiviso. Poi, se questo impegno si tradurrà in azioni concrete, potremo dirlo solo tra un po’ di tempo…».
Il lavoro e i lavoratori saranno al centro della sua lezione magistrale di venerdì in piazza Grande che segna anche il suo debutto al festivalfilosofia di Modena. Quali sono le caratteristiche attuali del mondo del lavoro in Italia?
«Oggi il lavoro sta cambiando profondamente: molto dipende dalle caratteristiche attuali dell’economia e dei settori più importanti, come il manifatturiero, con diversi mestieri tradizionali che stanno trovando nuove forme di espressione. Guardando a domani, ci sono fenomeni che stanno cambiando il tipo e il modo di lavorare. Un dato interessante, anche perché probabilmente è al ribasso, è quello dell’Ocse: il 10% dei lavori attuali sparirà per colpa dell’automazione, mentre il 40% sarà svolto in maniera completamente diversa. Di fronte a un cambiamento così importante, diventa fondamentale il modo in cui noi saremo protagonisti di questa trasformazione, anche perché il rischio è quello di essere trattati come scarti».
Cosa si può fare per affrontare al meglio questo cambiamento?
«La Commissione globale ILO sul futuro del lavoro, di cui faccio parte, ha indicato una serie di politiche da mettere in campo: per prima cosa, i governi stessi dovrebbero promuovere la formazione dei lavoratori. Ma noi diciamo anche qualcosa in più: la formazione continua deve essere un diritto soggettivo, e quindi esigibile. Del resto, la formazione è l’unica cosa che può ridurre l’impatto di queste grandi trasformazioni: per questo, il rapporto della Commissione è diventato un input per la riflessione globale, anche se ovviamente ogni Paese è più o meno esposto davanti a questi cambiamenti a seconda delle politiche mese in campo».
Noi siamo un po’ più indietro?
«Sì, perché non abbiamo messo in campo politiche adeguate: non lo abbiamo fatto per sostenere i primi sei anni di vita delle persone, che sono fondamentali per il successo professionale, e di conseguenza siamo più indietro degli altri quando si parla di accesso all’asilo nido. Allo stesso modo, non abbiamo sostenuto abbastanza l’università, e addirittura ci troviamo dei “guru” come… Briatore, che va in giro a dire “ma cosa fate l’università, è molto meglio aprire una pizzeria”. Ecco, un messaggio del genere è devastante in un Paese che non ha mai valorizzato adeguatamente il suo capitale umano, tanto che i giovani hanno salari di ingresso più bassi rispetto ai colleghi europei, e la progressione della carriera è più piatta, con avanzamenti legati più all’anzianità che al merito». —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google
