Gazzetta di Modena

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Festival Filosofia 2019

Nitsch: «La mia arte nutrita di sangue punta a risvegliare il nostro Essere»

Michele Fuoco

Il fondatore dell’Azionismo Viennese a cui Ago dedica un’esposizione rivendica «l’opera d’arte totale» e spiega il suo rapporto con le religioni

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L’INTERVISTA

Michele Fuoco

È pittura di sangue quella di Hermann Nitsch, 81 anni, protagonista della mostra modenese “Prosopon”. Il fondatore dell’Azionismo Viennese, che versa su bianchi teli il sangue di agnelli e vitelli, con le sue performance durate anche sei giorni, sin dal 1957, quando concepisce “Il Teatro delle Orge e dei Misteri” con rimandi alle orge dionisiache dell’antichità e alla tradizione medievale del teatro dei misteri, spiega: «È un nuovo tipo di teatro per produrre eventi reali. Gli spettatori devono usare tutti i sensi: annusare, gustare, guardare, ascoltare e toccare. In questo modo è nata l’opera d’arte totale. Nella mia performance cerco di educare il pubblico ad ascoltarsi, a realizzare il proprio essere».

Come è giunto a un’opera di sangue che può inquietare, provocare, ma portare anche alla riflessione?

«È un elemento fondamentale della mia arte usare oggetti e sostanze reali. Il sangue è uno dei liquidi più importanti nella nostra vita, su cui lavoro. La relazione con la tradizione del culto e del rituale delle religioni ci mostra di nuovo come il sangue sia una materia indispensabile. La nuova arte ha sempre provocato, anche senza sangue».

A cosa mira con le sue opere?

«L’arte ci mostra il modo per essere “profondi”».

Da dove ha origine la sua arte? Chi ha influito sul suo pensiero e la sua arte?

«La tradizione era ed è per me molto importante. Ho imparato da tutti gli artisti e i periodi dell’arte. Difficile dire chi mi abbia influenzato: potrei dire semplicemente i migliori artisti, filosofi e fondatori di religioni. Penso a Rembrandt, Van Gogh, Beethoven, Wagner, Schönberg».

Quando si è reso conto che la sua arte può avere un forte impatto sul pubblico?

«Lo sapevo fin dall’inizio, perché non puntavo a nient’altro».

Cosa dice delle associazioni degli animalisti che la contestano?

«Le proteste degli animalisti contro il mio lavoro hanno avuto luogo in tutto il mondo, non solo a Mantova o a Palermo. Ma tutti quelli che conoscono la mia famiglia e me, sanno quanto amiamo gli animali. Nella nostra casa vive l’amore per gli animali. Per il mio lavoro ho comprato carne, sangue e carcasse dai macellai. Non ho massacrato questi animali. La società li ha uccisi per nutrirsi».

La ritualità dei gesti rimanda a riti di altre religioni? A quale religione si sente più vicino?

«I riti sono la preoccupazione delle religioni. Ho imparato molto da loro. Sono affascinato dalle religioni, ma non mi sento in obbligo con nessuna di esse. Riti del mio background cattolico si manifestano nel mio lavoro, ma provo a “svezzare” la storia della mia coscienza dal mio passato culturale».

Di quali aspetti della cultura si nutre il suo fare arte?

«Un embrione nell’utero attraversa tutte le forme di vita. La mia posizione nell’arte è simile ad essa. È arte nutrita da tutti gli elementi culturali che siano mai esistiti per giungere al risveglio di un’intensa esperienza dell’essere».

L’opera d’arte ha anche funzione di catarsi?

«Il pensiero di una catarsi era già stato ripreso nei tempi antichi in relazione alla tragedia greca e stava acquistando grande importanza con la psicoanalisi. Con il mio teatro voglio scoprire ciò che è represso e visualizzarlo formalmente. Una “purificazione” dovrebbe accadere».

Lei è di casa anche a Modena, dove ha conosciuto Carlo Cattelani e la sua famiglia. In che modo ricorda l’amico e collezionista?

«Carlo Cattelani veniva spesso ad Asolo, dove avevo un appartamento e mi invitava ad incontrarlo con la sua famiglia a Modena. Lui e i suoi figli hanno organizzato rilevanti mostre del mio lavoro. Era un grande promotore e mecenate per me. Abbiamo avuto un’amicizia strettissima, ci siamo capiti davvero molto bene. Il nostro legame era fondato sulla sua profonda fede cristiana e sul mio forte interesse per le religioni di tutte le culture. La sua religiosità richiedeva un cristianesimo aperto che egli viveva quasi come un profeta. Aveva un forte legame con il mio lavoro e lo comprendeva davvero nel suo messaggio più profondo. Un’altra cosa che ci unì fu l’approccio sensuale e affettuoso alle circostanze della vita. Entrambi abbiamo capito come assaggiare e gustare davvero il cibo e il vino. Ricordo molte belle conversazioni, intraprese bevendo vino». —





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