Gazzetta di Modena

Modena

Giacomo Grossi, l’uomo che ha fatto studiare i piccoli pazienti ricoverati al Policlinico

Gabriele Farina

A dieci anni dalla scomparsa, l’ospedale rende omaggio al pioniere che aprì la scuola al settimo piano nel reparto di Pediatria 

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la storia



Garantire ai piccoli pazienti la possibilità di studiare. Un diritto acquisito oggi, un’intuizione modenese nel 1998. Soltanto lo scorso anno quasi centotrenta studenti sono rimasti al passo con i programmi nonostante fossero in ospedale o a casa in convalescenza.

Merito di un’idea che ha un nome e un cognome: Giacomo Grossi. Da ieri entrambi campeggiano nello spazio scuola del Policlinico. Vi si accede varcando l’ingresso 1 e salendo al settimo piano. Il ricordo di Grossi, scomparso dieci anni fa, è ancora forte nell’ambiente e si fortifica con la targa in suo onore, affissa ieri. «Le scuole ospedaliere in Italia all’epoca erano pochissime – ha assicurato Lorenzo Iughetti, direttore di Pediatria – e allora Giacomo Grossi comprese che far studiare il bambino ricoverato è un elemento importante nel processo di cura. Esso non è costituito, infatti, soltanto di medicine e interventi diagnostici. Si deve prendere in considerazione la parte psicologica del bambino. Un bambino con una patologia grave da un giorno all’altro è disincarnato dalla propria realtà».

Da qui la sfida del direttore scolastico con l’insegnamento nel sangue. Era venuto alla luce il 2 luglio 1950 da una coppia d’insegnanti. Divenne prima docente e nel 1979 era già direttore didattico: aveva appena 29 anni. Modena è la città in cui ha svolto la carriera professionale, fatta eccezione per un triennio all’università di Bologna. «Lui viveva la scuola o meglio viveva a scuola», ha riconosciuto la figlia Marilena. In un disegno del 1980 lo descrive come un uomo solare, pronto ad abbracciare il prossimo. L’identikit è confermato dalle parole di ieri. «In ogni ambiente che frequentava era in grado d’illuminare la vita delle persone che incrociavano il suo cammino», ha garantito Marilena Grossi.

I valori che più le tornano alla mente sono sei: da una parte «l’ironia, l’empatia, la capacità di toccare il cuore» con gli altri, dall’altra «la passione, l’impegno e il senso del dovere» con sé. Franco Fondriest, ex direttore del Circolo 8, ne ha apprezzato «la modestia, l’impegno, la passione, la grande umanità e la disponibilità con cui ha svolto il lavoro». Per le maestre dello Spazio Scuola Carla Ferri e Marisa Sverberi «la sua forza d’animo, la potenza della sua visione sono stati un faro che ci ha sempre guidato in un momento di tempesta».

Ferri e Sverberi gli hanno riconosciuto il merito di «creare quell’alleanza terapeutica tra sanitari e insegnanti che permette di stemperare paura, ansia e rabbia, rendendo più sereno possibile il percorso della malattia». Grossi ha contribuito a ribaltare la prospettiva con cui i camici bianchi osservavano i giovanissimi da loro seguiti. Non più il bambino ricoverato come un piccolo adulto; al contrario, è stato importante considerarlo come «un paziente con specifiche esigenze formative oltre che cliniche», come ribadito dalle due maestre. L’eredità di Grossi è un testimone gratificante per la figlia. I «volti illuminati in un sorriso che dicono più di mille parole» quando riconosce di essere sua figlia dà una soddisfazione grande sia a Marilena sia alla sorella, «che torna per un attimo bambina». «È senz’altro d’aiuto alle famiglie vedere che i loro bambini possono continuare a svolgere le attività di sempre». Così Mario Benozzo, allora assessore alla Pubblica Istruzione, commentava tra le nostre pagine i primi passi mossi nello Spazio Scuola. Era il 12 dicembre 1998. Lo spazio era entrato in funzione due mesi prima ed era appena un embrione della creatura odierna. Lezioni in classe e a distanza, biblioteca e dispositivi elettronici, giochi e progetti di tirocinanti universitari rappresentano una cornice in cui vivono e crescono giovani pazienti, ma ancor prima giovani studenti. —



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