«Sugli affidi nessun controllo Tutto ai privati e tempi violati»
«Dovrebbero durare sei mesi, massimo 24, e invece abbiamo casi di dieci anni» «Nessuno più raccoglie i dati: eco perché l’abnorme caso Bibbiano è sfuggito»
«Vicende come Veleno e Bibbiano potevano essere evitate se non si fosse creato un colpevole vuoto sulla disponibilità dei dati relativi al welfare. Ci si sarebbe subito resi conto che mille casi di bimbi coinvolti su una popolazione di poche decine di migliaia di persone era una palese anomalia».
Così Antonio Platis, divenuto al di là del ruolo politico nella Bassa modenese uno dei referenti di tante famiglie per queste vicende denuncia gravi disapplicazioni di norme.
«Mi sono studiato la normativa, anche sulla raccolta dei dati, su anziani, disabili, minori... Si parla ancora delle Province, di fatto abolite dal decreto Delrio del 2015, le cui competenze passavano alla Regione. Così i dati certi sono disponibili fino al 2016, poi più nulla di preciso e inappuntabile, come peraltro è emerso nella commissione di inchiesta in Regione. Risultato di questa incertezza: nessuna rielaborazione oggettiva di dati, nessuna possibilità di cogliere le anomalie come quella che stava accadendo a Bibbiano. Manca una vera programmazione in tal senso, che va ripristinata».
Ma il tema è anche un altro: la formazione.
«Già - prosegue Platis - perchè ad esempio il signor Foti ha condotto tre convegni, a Roma, Torino e Reggio, ma l’unico che è stato accreditato per la formazione dei partecipanti è quello emiliano. Si mandano gli operatori “a scuola” da questi personaggi, e da altri ispirati, come quelli del Cismai, da approcci tutt’altro che scientifici. La formazione ce l’hanno in mano i privati, gli operatori dei servizi di Mirandola, che non dobbiamo pensare tutti incapaci o inadeguati, vengono mandati a formarsi presso “esperti” privati che provengono da scuole di pensiero discutibili. Occorre che la formazione invece passi alle istituzioni e ai suoi esperti, qualificati».
Vale anche per l’Ausl?
«Soprattutto. Come è noto nel caso di Mirandola sotto inchiesta, l’Ausl ci mette la metà dei soldi per la cura di questi minori. E se diciamo Ausl, diciamo Regione. Cosa succede invece? Che i bambini vengono affidati a strutture private. Ma se io vado dal medico e chiedo una assistenza, penso ad una assistenza pubblica. Non ad essere inviato presso privati, che peraltro hanno costi, come abbiamo scoperto, assolutamente gonfiati e interessati. Lo stesso deve valere in questo campo, anche se ovviamente per la riservatezza delle questioni non abbiamo la gente a protestare sui social, come accadrebbe in caso di assistenza sanitaria pubblica inadeguata o che ti riversa sul privato. Ecco: serve una risposta pubblica alla gestione ma anche alla cura dei minori nei casi come Veleno e Bibbiano».
Nella normativa cosa coglie lei di inadeguato?
«Beh, in tema di affidi la norma assegna il più breve tempo possibile, e fissa un massimo di 24 mesi. Esperti affermano che il limite per non traumatizzare oltremisura un minore è di 6 mesi. Noi qui abbiamo esempi di minori di 8 anni per cui si dispone l’affidamento fino alla maggiore età».
Parliamo delle famose case famiglia?
«Non solo. Ma è evidente a questo proposito una contraddizione. I Comuni o altri enti similari affidano alle case famiglia i minori, poi loro stessi dovrebbero controllare i costi, la gestione, la cura dei minori. Affidanti interessati ad affidare e poi controllori degli affidi. Non regge, occorre modificare il sistema dei controlli». —
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