In mille per il commosso addio a Giuseppe «Fratello mio, eri un esempio e una guida»
Ieri a Soliera i funerali del dottor Loschi scomparso a 37 anni. La moglie Isabella ai giocatori del Modena Calcio: «Continuate: lui vorrebbe così»
il lutto
Quando Giovanni termina il discorso e scende dal pulpito passando accanto alla bara del fratello, un applauso quasi liberatorio irrompe nella chiesa di Soliera, gremita al pari della piazza all’esterno. Almeno mille le persone. Il suo discorso è fermo, mai interrotto dalle lacrime; un dolore composto, ma profondo che trasporta tutti in un ricordo intimo e accorato: «Ti chiedo scusa in anticipo per la forma. Sei sempre stato più bravo tu di me a scrivere», esordisce Giovanni prima di ricordare i molteplici impegni del fratello. «Se può esistere un senso in tutto ciò, se possiamo trarre qualcosa di buono in questa sofferenza forse dobbiamo solo chiudere gli occhi, respirare e prenderti da esempio. Imparare da te a non perdere tempo. Il tempo è prezioso, non perdiamolo. Non dobbiamo aver paura di spenderci per gli altri. La tua vita me lo insegna dal primo all’ultimo istante di cui ho ricordo di te: il bene che possiamo fare non ha limiti. Grazie Beppe, grazie per essere stato un esempio, una guida. Per avermi dato la forza. Continua a farlo. Abbiamo bisogno di te. Tutti noi».
“Noi” è soprattutto Isabella Faenza, la moglie del dottor Loschi, e il piccolo Nicolò, il loro bambino. Ma “noi” sono anche le altre famiglie che il medico 37enne, morto per un malore sabato sera, lascia. Una è tutta vestita di blu e occupa i primi banchi. Sono i giocatori del Modena, con capitan Armando Perna in testa e che poi sarà tra coloro che porteranno il feretro fuori dalla chiesa, e c’è anche la dirigenza e la proprietà, con Romano Sghedoni che non è voluto mancare. A parlare è chi con il dottor Loschi viveva fianco a fianco, il fisioterapista Enrico Corradini: «Beppe, la tua tranquillità aiutava sempre chi era intorno a te - ricorda commosso - Beh, adesso mi piacerebbe molto parlare con te. C’eri la notte in cui è nato mio figlio. Non me lo sarei mai aspettato. Eri lì per aiutarmi. Non lo dimenticherò mai».
Empatia. Caratteristica fondamentale e non scontata per un medico: «E mitezza - ricorda Enzo Gottardi il direttore del pronto soccorso dell’ospedale di Sassuolo dove lavorava - La sua mitezza non era una debolezza come il mondo di oggi vuol farci credere, bensì una forza». Dal pulpito parlano anche gli amici di Soliera e i volontari della Croce Blu, di cui era direttore sanitario: «Aveva una grande capacità: rendere semplici e comprensibili le sue lezioni». È solo una delle immagini emerse durante le esequie. Giuseppe era stato anche uno scout e don Francesco nell’omelia cita una nota preghiera della sera degli esploratori: «Quante stelle, quante stelle, dimmi Tu la mia qual è? Non ambisco alla più bella, basta sia vicino a Te». Per poi aggiungere: «Caro Beppe, la tua breve vita è stata ben spesa. Hai amato, senza risparmiarti, Isabella, Nicolò e la tua famiglia. Quando guarderemo il cielo siamo sicuri che vicino alla Stella Polare, che è Cristo, ce ne sarà una luminosa che brillerà per noi, anche nella notte più oscura come quella che stiamo vivendo. Buona strada».
Poi, prima che il feretro venga portato nel cimitero di Soliera, Isabella va verso il pullman del Modena, parcheggiato lì vicino. E fa ciò che non ti aspetti. È lei a ringraziare i giocatori: «Io non vi conosco di viso - dice - ma è come se vi conoscessi di persona perché Beppe parlava sempre di voi. Grazie per quello che avete fatto. Continuate a fare cose importanti. Lui vorrebbe questo». —
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