In duemila alla corte del maestro Velasco Quattro ore di lezione tra vita, sport e famiglia
Sono arrivati da tutta la regione per ascoltarlo: «La gioia più grande non deriva dai campioni, ma dall’insegnare e veder crescere i ragazzini»
il racconto
Giovanni Balugani
«Avete presente, mi rivolgo a quelli della mia generazione, quando prendete in mano un cellulare o il computer? E inevitabilmente quello si blocca. Ecco, quando mi succede mi innervosisco e mi sento un vero idiota. Allora chiamo mia figlia, che mi guarda e mi dice “Ma papà, è facilissimo”. E in due secondi lo sblocca e se ne va con aria di superiorità. In quel momento mi sento ancora più idiota. Ricordatevi questa sensazione quando allenate: è così che si sente un ragazzo a cui non riesce qualcosa».
Julio Velasco è come un attore consumato, tiene il palco del PalaPanini con maestria e guida la platea in un viaggio di quasi quattro ore attraverso sport, psicologia e vita. È tramite esempi diretti come quello del telefono bloccato che tiene il corso di aggiornamento dedicato ai tecnici di pallavolo dell’Emilia Romagna, che arrivano a Modena in duemila, organizzato dalla Fipav provinciale. Oltre a loro ci sono grandi del volley in prima fila, Hristo Zlatanov, Andrea Sartoretti, il ct delle azzurre Davide Mazzanti e Angelo Lorenzetti. Ma in quel momento, star e amatori del volley, sono tutti allievi di un unico maestro e della sua lezione intitolata “Mi diverto seriamente”.
«I bambini dell’asilo - spiega Velasco - con grande serietà cercano di impilare dei cubi giocattolo l’uno sopra l’altro: lo fanno come se fosse l’azione più importante del mondo perché si stanno divertendo. Ecco lo spunto, mi diverto seriamente».
L’italo argentino («mi considero un migrante fortunato e per questo ringrazierò sempre Modena e la sua gente», dice all’inizio) mette a disposizione la propria esperienza ultradecennale, le proprie innumerevoli vittorie alla guida dei gialloblù e della Nazionale, a chi fa del volley una mera passione. Tra aneddoti, battute e insegnamenti tecnici, sembra che il messaggio che più degli altri voglia far passare sia quello generazionale: «Sport e scuola impongono ai nostri ragazzi obiettivi: “Devi arrivare”, viene detto loro. Ma arrivare dove? Un adolescente va a scuola, magari fa cinque allenamenti a settimana e deve fare i compiti. Dov’è lo spazio per la creatività? Un giovane deve avere il tempo di “cazzeggiare”, così non ci troveremo di fronte alle teorie sull’abbandono degli sport in età giovanile». Perché fare attività per i giovani deve essere soprattutto divertimento tramite la condivisione del tempo con i coetanei: «Prima viene il gruppo, poi la squadra. Il gruppo è mangiare una pizza insieme, andare a guardarsi un film o una partita di serie A. I tornei di due o tre giorni in trasferta sono i ricordi più belli che conservo di quando ero un giovane atleta. Quindi facciamoci una domanda come allenatori: dedichiamo abbastanza tempo al gruppo?».
Velasco, che dello sport ha vissuto i vertici, non smette mai di trasmettere messaggi di semplicità: «Siate voi stessi con chi allenate. Non imitate i grandi tecnici, perché non sarete credibili. Questa è leadership: non si deve essere un capo, ma una guida. I leader sono maestri, allenatori e genitori». Leader che guidano un gruppo che, però, è composto da singoli: «Spesso sento dire che per fare gioco di squadra occorre abbandonare la nostra individualità. È falso. La prima cosa che un educatore deve sapere è che ciascun bambino, ragazzo o giocatore è un universo a sé. E dobbiamo imparare a conoscerlo. Come? Attraverso le domande. In un mondo come quello odierno in cui si grida, in cui si impongono le proprie idee nessuno fa più domande. Ebbene fate domande ai vostri ragazzi. Solo così imparerete a conoscerli».
E solo conoscendoli si potrà insegnare: «La gioia maggiore per un tecnico non è allenare i campioni, ma i ragazzini. Vederli crescere è la soddisfazione più grande che si possa provare». —
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