La ceramica teme nuovi venti di crisi e si prepara a reggere
Confindustria valuta la minaccia di dazi, problemi tedeschi, accise e norme pesanti
luci e ombre
BOLOGNA. Apparentemente la ceramica gode di ottima salute. Lo dicono la qualità e lo sfarzo di un Cersaie ai massimi livelli, lo dicono i numeri aggiornati di fine 2018: 22.435 occupati, dato in sostanziale tenuta, 5 miliardi e 716 milioni di fatturato, 85 per cento di export, 507 milioni di investimenti. Eppure gli imprenditori e i loro rappresentanti, riuniti al convegno inaugurale, sembrano in attesa di fronteggiare una imminente crisi: ci sono in effetti segnali che mettono in guardia il settore, per esempio la brusca frenata della Germania, avviata alla recessione; o la guerra dei dazi che parte da Stati Uniti e Cina ma finirà per investire anche l'Europa (l'editorialista Federico Rampini ha parlato di un «uragano in arrivo», rappresentato dalle future politiche protezionistiche). O ancora non rassicura il fatto che nonostante sforzi enormi, investimenti e primato mantenuto nell'innovazione di processo e di prodotto, la ceramica sia ancora alla metà circa dei livelli del 2008, prima della grande crisi economica mondiale. Giovanni Savorani, presidente di Confindustria Ceramica, ha chiesto l'aiuto della politica: «Abbiamo bisogno di un cambio di atteggiamento nei confronti delle imprese, che non sono il nemico ma soggetti insieme ai quali costruire il futuro. Rischiamo la delocalizzazione in assenza di infrastrutture adeguate: rischiamo la crisi in presenza di iniziative come la richiesta di ridurre del 23% le emissioni di Co2 in dieci anni, o con le continue accise sull'energia o con i blocchi imposti dalla burocrazia. Non condividiamo il concetto di decrescita felice, la decrescita non ci ha portato alcuna felicità».
Al ministro dello sviluppo economico Stefano Patuanelli, del Movimento 5 stelle, non è sfuggito il riferimento a uno dei cavalli di battaglia grillini: «Vi propongo un modello di economia circolare, non di decrescita. Un modello che abolisca lo spreco, in cui il rifiuto prodotto da un settore è la materia prima di un altro. Un rapporto diverso? Posso garantire che il nostro obiettivo sarà quello del dialogo e dell'ascolto. Faccio poche promesse, un'idea che abbiamo già è quella di prevedere agevolazioni per le industrie energivore che investono nel contenimento dei consumi». —
G.B.
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