«Quella dei padri divorziati è ormai una delle nuove povertà»
Massimo Panari è tra i collaboratori del gruppo di self help
L’INTERVISTA
Massimo Panari è tra i collaboratori del gruppo di self help e accetta di parlare anche della sua storia personale: «Ormai sono separato da tanti anni – spiega – e un giorno in parrocchia a San Giovanni Bosco mi sono imbattuto in un volantino che promuoveva questa iniziativa. Sono passati cinque anni e ora do una mano al professor Franco Boldrini. Ho scoperto un gruppo che poteva aiutarmi e anche una nuova povertà: io ho avuto la fortuna di poter tornare da mia madre, tanti però non possono. Con uno stipendio normale come il mio, tra alimenti, spese straordinarie per i figli di fatto non restano più i soldi se non per l’affitto. Ma poi la spesa con che risorse la faccio?».
Panari prosegue: «Sono stato sposato 26 anni e ho due figlie grandi, la mia separazione fortunatamente si è risolta in modo civile e ora non ci sono particolari problemi, tanto che a volte mi capita di andare fuori a cena con la mia ex moglie. Purtroppo tante volte non è così, ci sono tante situazioni conflittuali. Si passa sempre dallo stesso percorso: c’è la fase del conflitto, quella delle ripicche e dei dispetti, fino a quella dell’ignorarsi, poi se ci si riesce si arriva a quella civile, così la chiamo. Per me questo è stato un percorso lungo… Dover suonare il campanello per poter entrare a casa propria è difficile. Ma io faccio sempre il tifo per la famiglia: una società dove la famiglia è in crisi è una società in crisi. Questa dei padri separati è davvero una nuova forma di povertà e quello economico è uno del grandi temi di conflitto. Ma bisogna anche dire la verità: stiamo pagando le conseguenze di secoli di maschilismo».
I figli sono un tema ricorrente nei racconti di Panari, come del resto di tanti padri separati: «I figli di fatto sono le vittime incolpevoli di questa situazione: io insegno e nella scuola sono davvero sempre di più i ragazzi che vivono in famiglie separate. L’affido condiviso? Beh, è un’utopia, il coniuge affidatario è uno. Di questi gruppi – ragiona Panari – c’è bisogno e ce ne sarà sempre più bisogno. C’è un pudore squisitamente maschile, le donne sono più coese e solidali mentre il maschio è più restio a mettere in comune questo tipo di problematica e di difficoltà. Poi quando ci si apre ci si confronta e spesso viene fuori la rabbia. E’ capitato che alcune persone siano indirizzate anche ad altri (ad esempio legali o anche sacerdoti) perché è difficile venirne fuori. Ricordo anche qualche caso, pochissimi in verità, di persone che sono venute nella fase pre separazione e che poi si sono rimesse insieme alla moglie».
Panari ha trovato nel gruppo di self help una sponda in un periodo difficile della sua vita e ora restituisce agli altri: “Do volentieri una mano al dottor Franco Boldrini, è tutto a livello di puro volontariato. Ma, ripeto, di questi gruppi ci sarà sempre più necessità”. —
P.S
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