Gazzetta di Modena

Modena

DELITTOO ALLA FERROVIA 

Omicidio: per Concas chiesta pena di 26 anni

Carlo Gregori
Omicidio: per Concas chiesta pena di 26 anni

Il sardo residente a Montale avrebbe rapinato e strangolato la prostituta. Ma la difesa ritiene deboli le prove della Procura

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Delitto alla ferrovia: per Pasquale Concas, 51enne sardo residente a Montale, sono stati chiesti ventisei anni di carcere (già comprensivi dello sconto di un terzo della pena per il rito abbreviato). Il pm Katia Marino lo ritiene senza dubbio autore della rapina e poi dell’uccisione di Arietta Mata, la prostituta ungherese 26enne gettata morta sulla ferrovia e orribilmente mutilata dal treno in corsa una mattina del gennaio 2018 nel tratto dietro in ristorante Riverside al Ponte di Sant’Ambrogio.

La richiesta dell’accusa nasce dalle prove che la Procura e la Squadra Mobile di Modena hanno raccolto subito dopo i fatti. Tuttavia, ieri la difesa dell’imputato - gli avvocati Roberto Ricco e Marco Pellegrini - ha tentato di smontare una alla volta queste prove arrivando a chiedere l’assoluzione di Concas “per non aver commesso il fatto”. La ricostruzione dei due legali punta infatti a stabilire che in base alle prove raccolte non solo non esiste un’ora esatta del decesso della vittima ma non c’è neppure prova certa che sia stato Concas a ucciderla. Piuttosto, Concas pare vittima del suo passato e ora anche dei sospetti che gravitano attorno a un’altra morte successiva, quella dell’avvocato Elena Morandi.

Il “caso Mata” si basa principalmente sul gps dell’auto di Concas, una Renault Megane finita nei paraggi del luogo del delitto. Che però - nota la difesa- ha avuto 14 secondi di black out proprio nel momento del delitto. È una prova anche la macchia di sangue trovata sul tappetino dell’auto di Concas: è della vittima. Questo dimostrerebbe che il delitto è avvenuto dentro l’auto e poi il corpo è stato trascinato in Stradello Bonvino a Sant’Ambrogio, per essere poi gettato contro il treno in corsa per simulare un suicidio.

La difesa ieri ha invece contestato questa prova sostenendo che si tratta di una singola macchia non databile in un ambito di frequentazioni con la vittima iniziate nell’estate precedente e che nell’auto non è stata trovata altra traccia di colluttazione. Né il Dna della vittima sul corpo o sulle unghie dell’imputato e neppure sui suoi vestiti. Insomma, il processo ieri si è trasformato in un braccio di ferro a porte chiuse tra l’accusa e la difesa. Non a caso, al termine dell’udienza durata molte ore, in presenza dell’imputato, sono stati consegnati al giudice Andrea Romito memoriali da entrambe le parti nei quali si riassumono le complesse argomentazioni intorno a queste prove. Non è stata invece utilizzata la registrazione della videosorveglianza sul passaggio dell’auto di Concas. Sentenza attesa per il 9 ottobre. —



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