Ezio Mauro: "Quando vengo a Modena ritrovo tracce di Vittorio"
L'ex direttore di Repubblica parla del collega e amico Zucconi, protagonista delle iniziative di sabato e domenica
Michele Fuoco
MODENA. «Vittorio, giornalista tutto preso dalla passione di raccontare, viveva per spiegare attraverso il racconto. Lo faceva meglio di tutti. Era un maestro. Forniva informazione ma anche conoscenza. Ci sono dei pezzi che rimangono delle tappe fondamentali. Nel suo ultimo libro ci sono reportage formidabili tra cui quella della bomba di Hiroshima. C’è il ricordo di suo padre che scrive durante la notte mentre i ragazzi dormono e sentono il ticchettio della macchina da scrivere. Quel ticchettio prima reale e poi metaforico l’ha accompagnato tutta la vita: è stato il suo metronomo, la musica della sua vita». Sono le parole di affetto di Ezio Mauro, già direttore di La Stampa e di Repubblica, e ora editorialista, che sarà sabato a Soliera e domenica a Modena per ricordare l’amico Vittorio Zucconi.
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In lui prorompeva la dimensione umana.
«Aveva una capacità di empatia fortissima. Lo vedevo quando stavamo insieme, ogni volta che veniva in Italia. Quando incontravamo delle persone che lo sentivano per radio o lo vedevano in televisione, non si limitava a salutare, ma entrava in contatto con loro: chiedeva di dove erano e che cosa facevano, trovava sempre un aggancio per ridere e scherzare. Infatti le persone che l’hanno conosciuto sanno di questa carica umana che lasciava un segno nei suoi articoli: la realtà prendeva una dimensione in cui i personaggi venivano fuori, si imponevano».
Le parlava anche di Modena?
«Avevamo fatto un dibattito a Modena insieme una decina di anni fa per ricordare suo padre, mi aveva portato a passeggio... Dovunque fossimo mi spiegava delle cose, come a New York, a Torino, a Washington. Ma il legame con Modena e la sua regione era fortissimo, presente non nell’accento, ma in questo suo carattere empatico. Ogni volta che vado in Emilia Romagna mi sembra di trovare tracce di Vittorio, perché le persone hanno capacità di dialogo, di guardarti negli occhi. Dopo di che Vittorio era un nomade per eccellenza. Basta leggere il libro “Parola di giornalista”, del 1990, quando con la moglie si sposta da Milano a Torino, poi a Bruxelles, da New York a Roma, da Mosca a Parigi, da Tokio e a Washington. Ma sentiva un ancoraggio forte con l’Italia, tanto da voler essere sepolto in Italia accanto ai suoi genitori, pur vivendo da molti anni in America dove aveva la doppia cittadinanza. Diceva: “Vengo spesso in Italia per il bisogno di parlare e di confrontarmi”, ma amava anche profondamente l’America, la libertà di quel paese, e ne vedeva anche i lati critici».
C’è qualche episodio che vuole raccontare?
«Eravamo a un vertice internazionale, nella sala stampa, io come corrispondente da Mosca e lui da Washington, e a un certo punto mi sono alzato e gli ho messo una mano sulla spalla per vedere il foglio su cui stava scrivendo: quando ho visto le cancellature con la X maiuscola, mi sono detto che anche lui è umano, fatica anche lui, perché quando si leggono i suoi pezzi sembra che Vittorio scriva senza cancellare e senza fermarsi, d’istinto».
A proposito di corrispondente estero, cosa è cambiato rispetto al passato? Ha ancora un ruolo fondamentale, visto che le nuove tecnologie ci propongono le notizie in tempo reale?
«Un conto è il flusso delle notizie che puoi avere a casa tua, un conto è gestire le notizie con la conoscenza del paese, dei costumi, del modo di pensare. I giornali di qualità hanno tutti i corrispondenti dalle capitali del mondo: quei corrispondenti hanno un ruolo di testimonianza e d’indagine. È l’informazione capace di produrre conoscenza».
Il modo di fare giornalismo è cambiato? È una professione ancora mitica?
«Credo che sia il mestiere più bello del mondo, che ti dà la possibilità di essere a contatto con una realtà diversa ogni giorno e ti dà il compito di interpretarla e ricrearla cercando la massima aderenza alla realtà e verità, quindi è un compito molto importante. Attraverso l’informazione e la conoscenza il lettore si trasforma in cittadino informato e consapevole, e può esercitare in modo compiuto il suo diritto di voto. Se la democrazia potesse scegliere, sceglierebbe dei cittadini informati e consapevoli».
Quanto valgono le scuole di giornalismo? C’è da rimpiangere la “gavetta” che si faceva presso i giornali?
«Ci sono scuole buone e meno buone, le scuole sono buone se danno i fondamentali, insegnano che questo mestiere non è un’arte, non è una brutta copia della letteratura, ma artigianato sociale. Devi avere curiosità intellettuale. La gavetta, l’apprendistato, è fondamentale».
Il modo migliore per avvicinarsi alla professione di giornalista oggi?
«Studiare quando si è scuola per non arrivare impreparato. La tecnica si può imparare, affinare, ma devi essere pronto a lasciarti interpellare dalla realtà, ogni giorno così mutevole e diversa».
Si ricordano volentieri alcuni grandi giornalisti del passato. C’è da rammaricarsi che ci sia una certa spettacolarizzazione dell’informazione?
«Secondo me un giornalista non deve comparire. È bravo se restituisce informazione e conoscenza. È bravo il cronista che si trova al posto giusto al momento giusto. Se è un commentatore, mettendo in campo qualche idea, occorre tener conto anche del lettore. I giornalisti che fanno i protagonisti in televisione fanno un altro mestiere. Bisogna andare poco in televisione».
Quale potrebbe essere la lezione a chi vuole intraprendere la strada di giornalista?
«Si può fare questo mestiere senza scendere a compromessi. Penso a Montanelli, Scalfari, Bocca ma anche a Vittorio che mi manca molto, più di quello che pensassi. Abbiamo lavorato insieme tanti anni e attraverso il lavoro, patire e gioire insieme, si creano dei rapporti di amicizia intensa e profonda».
La tanto bramata verità, sempre rimproverata ai giornalisti, è difficile da praticare, da perseguire, visto che le fake new imperversano?
«Il compito del giornalista è rimanere fedele alla realtà. Deve essere rispettoso della realtà. È la realtà che determina quello che devi scrivere, sia che tu la racconti sia che la commenti. Qual è il beneficio del non dire la verità? Chi non dice la verità è un pessimo giornalista, non capisce il potenziale e la ricchezza che sono nella realtà. Perché deve ricorrere a sotterfugi per adulterarla?».
Cosa significa fare un buon giornale?
«Significa rispettare l’anima del giornale, cioè conoscerlo, modernizzarlo, portarlo ogni giorno al passo con i tempi. È conservarne l’anima per consegnarla intatta a chi viene dopo di te. È proprio quell’anima, quel modo di essere che i lettori ricercano in particolare. L’informazione, i lettori, possono averla dappertutto. Ma l’informazione incrociata, con quella ricerca ideale del mondo, ce l’hanno solo dal loro giornale, qualunque esso sia». —
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