«Ha commesso un abuso ma la multa è eccessiva ed è troppo togliergli la patente per un anno»
Commenti increduli o sconcertati tra i ciclisti modenesi alla notizia della stangata da 8mila euro per l’ubriaco che vagava di notte
LE REAZIONI
Perlopiù spalancano gli occhi. Qualcuno si mostra incredulo o perplesso. «Stiamo diventando uno stato di polizia», dice Antonio. Parla senza peli sulla lingua ma con una nota di amarezza nella voce. È l’unico a non battere ciglio nel momento in cui lo mettiamo al corrente dei fatti. «Ci troviamo di fronte ad un paradosso. Il paradosso di uno Stato che intasca le accise sugli alcolici per poi sanzionarne l’uso. Certo, parliamo di un abuso. Ma la pena è davvero eccessiva, del tutto sproporzionata rispetto al reato. Il danno che può cagionare una persona ebbra in sella ad una bici è senza dubbio inferiore rispetto al disastro che rischia di provocare un ubriaco al volante».
Un anno senza auto, ottomila di euro di multa. Una punizione eccessiva. Ecco in estrema sintesi ciò che pensa la maggior parte delle persone contattate. Così, su due piedi. Anzi, su due ruote. Modenesi per cui pedalare è un’abitudine - o una necessità - quotidiana. Il che non significa giustificare il bicchiere di troppo. Nessuno infatti vuole chiudere un occhio. E non è neppure la multa in apparenza esorbitante a lasciare basiti. Quanto piuttosto la patente requisita. «Non era mica in macchina quando è stato fermato. Perché dunque impedirgli di guidare?», chiede Ottavio, habitué delle due ruote senza motore. Convinto che Modena sia una città a misura di ciclista – «ma in termini di piste ciclabili si potrebbe fare meglio. Spesso finiscono all’improvviso e tu ti ritrovi a pedalare contromano» – Ottavio in principio non sembra molto colpito dall’entità dell’ammenda. Poi però sbotta: «Una punizione commisurata al reato ci sta. Ma ottomila euro… Insomma, è una cifra davvero importante. Non è detto che uno abbia tanti soldi».
La sensazione, mai confermata a voce alta, è che esista una sottile forma di solidarietà con il ciclista in questione. «Applicano le leggi solo quando si tratta di poveracci» è l’esternazione volante di una signora che vuole restare anonima. Senza alcun timore di comparire con nome, cognome e bel sorriso è invece Katia – «Katia Ferrari, lo scriva pure» – che con sobrio, elegante buonsenso mette i puntini sulle i. E suona quasi come una voce fuori dal coro. «Credo che manchino troppi elementi per avere il quadro completo dunque cognizione di causa. Non conoscendo il retroscena, valutare diventa infatti difficile. Io nutro molta fiducia nei confronti della giustizia. Lo stesso dicasi per quanto concerne le forze dell’ordine. Un provvedimento di tale portata certo non è comune. Se hanno ritenuto equa una sanzione tanto onerosa avranno i loro motivi. Noi in realtà non sappiamo come si è comportato».
Assennata Katia. Un po' meno Gaia, giovanissima e preoccupatissima. «Ma dai, sul serio?». E già si vede in carcere per il suo «scassone di bici senza luci». E aggiunge: «Ma che cosa potrà mai fare di male un ubriaco in bicicletta? Semmai sarà lui a farsi male. Ottomila euro? State scherzando? Cento euro e via andare. Ma non è che siete della polizia vero?» E di Gaia non resta neppure l’ombra. “Chi lo ha fermato ha applicato la legge. Semmai l’errore sta nella legge stessa. O forse nella sua interpretazione. Però se si vuole la polemica, eh, no. Non ci sto».
Massimo rimane incerto. Vorrebbe dare credito alle nostre parole – seppur diffidente è di indole gentile, disponibile – ma se poi sono pronunciate in malafede? «Se vuole farmi dire che sono perplesso...» Ma Massimo sembra davvero perplesso. «Beh, sì. Perché mi pare una reazione eccessiva. Però non posso evitare di pormi una domanda. E se l’uomo ubriaco in bicicletta avesse messo sotto un bambino? Una simile punizione sarebbe stata giusta o troppo lieve?». Punti interrogativi che non trovano risposta. —
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