Don Erio: perché diciamo no alla scorciatoia dell’eutanasia
«La Chiesa contraria sia al suicidio assistito, sia all’accanimento terapeutico A volte non è facile decidere. ma si deve assicurare l’obiezione di coscienza»
Don Erio Castellucci, arcivescovo di Modena e amministratore apostolico di Carpi, è intervenuto a un convegno su “Morte e immortalità”.
Don Erio, lei ha affrontato il tena della nella Bibbia. Che differenza tra Antico e Nuovo Testamento?
«L'Antico Testamento in gran parte non si pone il problema dell'immortalità, ma solo quella della morte, perché ad una vita dopo la morte gli ebrei prima di Cristo non hanno creduto. Tutto doveva risolversi entro i limiti della vita terrena: siccome nella realtà spesso l'equazione zoppicava, si cominciò a pensare che se un giusto soffre sta espiando le colpe commesse dai genitori, dai nonni o dai bisnonni. Solo un paio di secoli prima di Cristo si aprono due prospettive ultraterrene: la nozione di immortalità dell'anima e quella di risurrezione della carne. Il Nuovo Testamento prende le mosse dalla risurrezione di Cristo, che è la risposta data da Dio alle attese umane di salvezza: la morte non è l'ultima parola, ma trova uno sbocco nel recupero da parte di Dio dell'uomo “intero”, anima e corpo; e “l'aldilà” cristiano non è pensato unicamente in termini di anime salvate, ma di trasfigurazione dei corpi, cioè di assunzione da parte di Dio dell'intera esperienza umana, della vita quotidiana, della concretezza della carne».
Veniamo al dibattito sul fine vita. Qual è la “vera” posizione della Chiesa?
«La “vera” posizione della Chiesa sul fine vita è stata espressa in decine di testi magisteriali e, anche in relazione alla sentenza della Consulta sul suicidio assistito, sia da papa Francesco, sia dai vescovi italiani. La riassumerei in tre punti (tenendo presente che la diocesi vi dedicherà una serata il prossimo 8 novembre). Primo, si tratta di un tema il cui approccio richiede molta umiltà, sensibilità e cautela. Chiunque abbia assistito alla morte di persone care sa quanto sia difficile e a volte penoso questo momento e quanta premura e affetto richieda starvi accanto. Diffiderei quindi dagli approcci netti, che si limitano ad esprimere dei principi inflessibili, sia da una parte sia dall’altra. Secondo: per questo la Chiesa ha sempre offerto una prospettiva di equidistanza tra eutanasia e accanimento terapeutico: no all'eutanasia, perché rappresenta una “soluzione facile”, eliminando per così dire il problema e deresponsabilizzando chi dovrebbe stare accanto al malato, accompagnarlo e offrirgli cure palliative; no all'accanimento terapeutico, che prolunga inutilmente sofferenze, utilizzando gli strumenti medici in modo sproporzionato e finendo per cadere nella “sperimentazione” sull'essere umano. Tra questi due estremi, si colloca una varietà di situazioni nelle quali non è facile spesso decidere».
Il terzo punto qual è?
«Riguarda il principio del “suicidio assistito” che di per sé non è accettabile dall'etica cattolica, perché costituisce un cuneo entro il quale si può inserire un atteggiamento di deresponsabilizzazione. La persona, certo, è libera di scegliere o rifiutare le cure: ma questo è un discorso diverso; qui si tratta della libertà di scegliere o rifiutare la morte, che coinvolge due grandi questioni. La prima: è davvero “libero” chi sceglie di morire? La libertà è condizionata dai legami, dall'affetto e dall'accompagnamento che una persona riceve o non riceve. Il “suicidio assistito” rappresenta, come l'eutanasia, una scorciatoia. La seconda: il medico al quale viene richiesto di assistere (di fatto realizzare) il suicidio, sa che il suo impegno è per aiutare a vivere e per curare e può trovarsi in una situazione di conflitto con la propria coscienza e con la deontologia professionale. La Chiesa chiede, nel caso in cui questa pratica sia depenalizzata, che si apra la possibilità dell'obiezione di coscienza, come nel caso della depenalizzazione dell'aborto».
Che cosa pensa dunque della decisione della Consulta?
«Sulla base di quella sentenza non è permesso ogni tipo di suicidio; essa però contiene il rischio del “piano inclinato”, cioè di aprire di fatto la porta ad ogni pratica di suicidio assistito. Lo abbiamo già visto con la 194/1978, la cui attuazione - quasi ignorando le prescrizioni preventive della stessa legge - ha di fatto allargato le maglie fino ad ammettere l'interruzione della gravidanza in qualsiasi caso venga richiesta. La Chiesa chiede ora ai legislatori di agire per il bene delle persone». —
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