«Noi anziani e truffati dai trafficanti di stracci che ci hanno rovinato»
I proprietari dal capannone sequestrato dai forestali «Convinti ad affittarlo, hanno riempito poi sono spariti»
«Non so come faremo a uscire da questa storia: servono soldi per smaltire quelle tonnellate di rifiuti tessili ammucchiati nel nostro capannone, ma noi non ne abbiamo. E siamo vecchi e malati. È stata una sciagura per noi questa storia. Pensare che non volevamo dare in affitto il capannone a quella persona, perché ci aveva insospettito subito».
A parlare, con la voce più volte rotta dal magone, è la 76enne pavullese A.D.A., proprietaria insieme al marito 82enne A.T. del capannone dove i carabinieri (indagine condotta dal Nucleo investigativo della Forestale di Modena, con il coordinamento della Dda di Bologna, insieme ai colleghi della Compagnia di Pavullo) hanno riscontrato la presenza di 2.500 metri cubi di stracci ammassati a montagna dentro e fuori in cortile. Si tratta della porzione di capannone corrispondente al civico 26/A di via Garibaldi, zona industriale di Budria. Scarti di lavorazione provenienti da note ditte di Prato, gestite perlopiù da cinesi, che venivano stoccati qui come in altre parti d’Italia anziché essere smaltiti come rifiuti speciali (così sono classificati) con una spesa di 170 euro a tonnellata.
Tanti sono gli aspetti ancora da chiarire sulla vicenda, ma quel che sorprende è il suo risvolto locale.
I due anziani avevano dato il loro capannone vuoto a un’agenzia immobiliare di Pavullo, che ha presentato loro la persona interessata a prenderlo in affitto per tale ditta “Mikal lavorazioni tessili” il cui nome è tuttora indicato nel cartello all’ingresso, pur non essendoci alcun tipo di attività da molti mesi.
«Non ci convinceva questa persona, ma quello dell'agenzia ha insistito tanto. “Credete a me, vedrete che le cose andranno benissimo” ci diceva. Tanta è stata l’insistenza che mio marito, malandato nel fisico come me, alla fine ha ceduto, più di un anno fa ormai. All’inizio sembrava un’attività regolare anche se strana: si vedevano dei ragazzi, perlopiù di colore, che pulivano degli straccetti. Da una parte mettevano quelli bianchi e dall’altra quelli colorati. Per prepararli al riciclo, dicevano. Poi dopo pochi giorni non abbiamo più visto nessuno al lavoro. Hanno solo continuato a portare montagne di stracci».
Quindi stop al pagamento dell’affitto, ditta volatilizzata e capannone occupato, quindi inservibile. «Ma ci paghiamo le tasse – sottolinea amara la signora – e per smaltire quella roba servono altri soldi che non abbiamo, visto che non percepiamo neanche la pensione dall’Italia. Dopo aver lavorato per 55 anni in Venezuela (i due sono italiani emigrati là e poi rientrati, ndr), io e mio marito avevamo messo nel capannone tutti i nostri risparmi convinti che avrebbe creato una piccola rendita per la nostra vecchiaia. Ci è successo questo: un pugno allo stomaco e all’anima. È tremendo pensare che ci sia gente capace di tanta cattiveria verso persone come noi, malate e deboli. Abbiamo avuto tanto coraggio nella nostra vita, ma adesso ci sta venendo meno. Ci siamo affidati a un bravo avvocato, ma chissà che tempi avrà la giustizia. E se ci sarà giustizia. Se non ci sarà, ci affidiamo a quella di Dio». —
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