Gazzetta di Modena

Modena

settimana di sensibilizzazione: l’incontro 

I ragazzi dislessici ai prof: così potete aiutarci

Vincenzo Brancatisano

«La scuola non deve essere un nemico: con il giusto approccio le difficoltà di apprendimento si riescono a superare»

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Ragazzi, vi racconto la mia dislessia. Con il titolo “My Story, testimonianze di giovani con Dsa”, si è chiusa a Modena presso l’auditorium dell’ITI Corni la settimana della dislessia organizzata dall’Aid, l’associazione italiana dislessia rivolta a studenti, insegnanti e genitori. Il progetto consiste nel portare nelle scuole la storia dei ragazzi affetti da uno dei disturbi specifici di apprendimento con l’obiettivo di sensibilizzare tutti su un disagio che colpisce una buona fetta della popolazione e di favorire negli alunni direttamente interessati un processo di coltivazione dell’autostima. Si calcola che questi disturbi colpiscano almeno il 5,5 per cento della popolazione, ma a Modena il dato si attesta, stando ai risultati pubblicati dalla Direzione scolastica regionale, sul 6,5 per cento. Si stima però che nel mondo la popolazione degli affetti da dislessia e da altre forme di disturbo dell’apprendimento sia del 15 per cento, quindi quello che a Modena sembra essere un dato sovrastimato potrebbe in realtà nascondere una realtà più complessa. Ma come fare a convivere con il disturbo? Si può condurre una vita normale in presenza di un Dsa? Con i dovuti accorgimenti e con l’impegno di tutti i soggetti coinvolti nel mondo frequentato da ragazzi un disturbo che rimarrà come tale per tutta la vita può essere gestito nel migliore dei modi. A partire dalla scuola, anche se la scuola a un certo punto finisce e il disturbo rimane.

Ma come nasce l’idea del progetto? «Nel 2012 abbiamo fatto un campus estivo a Savona, ci siamo parlati e abbiamo scoperto che c’erano tanti talenti e tante difficoltà. Ci siamo detti: mettiamo assieme i nostri talenti e andiamo in giro nelle nostre scuole portando le testimonianze di chi convive da più tempo con i disturbi». Così due ragazzi, uno senior e uno junior, su richiesta degli istituti si recano a scuola e parlano con gli alunni, raccontano la propria storia. Perché si va male a scuola? Tanti sono motivi. «Quando nasciamo – hanno spiegato – vediamo le cose ma non sappiamo come si chiamano. A tre anni abbiamo imparato a dare un nome. A sei anni impariamo come si scrivono. I problemi esplodono a scuola, anche se non sempre succede. Molti scoprono il disturbo finita la scuola, magari all’università o fuori. Pensiamo di trovarci di fronte al numero 13 e di leggerlo come 31. A scuola all’inizio ci vuole molta energia. Quante emme ci vogliono nella parola mamma? In genere parte un processo di attenzione a cui subentrano processi automatici. Come quando ci mettiamo a guidare la macchina o la bicicletta: dopo un po’ non si pensa più alla frizione». Questo avviene in tutti tranne che nei bambini con Dsa. «Siamo neurodiversi. Con la lettura e l’esercizio e la scrittura noi siamo in difficoltà. Poi ognuno fa una fatica diversa da altri. Alcuni hanno difficoltà nella lettura, altri nella scrittura, altri nei calcoli o nell’interpretazione dei numeri e delle grandezze altri, altri discalculici, altri si perdono nelle doppie e in altri problemi della disortografia. Ma tutti sono intelligenti, devono essere intelligenti, spesso sopra la media, poichè se ci fosse invece un deficit di intelligenza la diagnosi sarebbe ben diversa». —

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