Modena. Paolini in scena al teatro Storchi: Ulisse, una storia che parla di noi
MODENA,. Praticamente da sempre l’idea di teatro, per Marco Paolini, corrisponde a quella di narrazione: pur senza
un progetto precostituito l’artista veneto ci ha abituato a continui affondi nella memoria, sia sociale che
personale, da cui scaturiscono quei viaggi nel tempo e nell’anima che sono la materia fondamentale dei
suoi spettacoli.
Raggiunta la fama occupandosi per lo più di racconti inerenti la sfera politico-sociale, in
verità da sempre Paolini si è misurato con temi provenienti dalla produzione letteraria, come nel caso di
“Adriatico” realizzato oltre trent’anni fa con Laboratorio Teatro Settimo, ove prese il via una collaborazione
con Gabriele Vacis che oggi rincontriamo regista di “Nel tempo degli dei.
Il calzolaio di Ulisse”, lo spettacolo
presentato al teatro Storchi in apertura della nuova stagione di prosa. Scritto da Paolini assieme a
Francesco Niccolini, è una sorta di rilettura dell’Odissea che fa peraltro da sfondo al tentativo di dare una
risposta a una domanda, ovvero chi o meglio ancora cosa siano gli dei per l’uomo contemporaneo. Quali
sono le entità che intervengono nella determinazione del suo tragitto esistenziale? Ulisse, in questo modo,
si trasforma in archetipo dell’uomo che cerca di dare un senso a un percorso di vita reso impervio da forze
spesso imperscrutabili e comunque invincibili.
La sua rude umanità, fatta di furbizie, menzogne ma anche
gesti eroici finisce costantemente per scontrarsi con divinità algide e capricciose che considerano gli esseri
umani alla stregua dei loro giocattoli. Nell’idea degli autori il creatore del Cavallo di Troia si è trasformato
dall’eroe controverso che il mito ha consegnato quale simbolo di chi intende superare qualsiasi confine
senza timori in un essere viceversa distrutto da una lunghissima lotta con i demoni che lo costringono ad un
esilio perenne. Invecchiato, logoro, maleodorante, è afflitto dalla nostalgia di casa, consapevole tuttavia di
non potersi affidare agli dei capricciosi per farvi ritorno, quindi concentrato sui gesti e le scelte che
potrebbero ricondurlo da Penelope e Telemaco senza false illusioni.
Magari è anche un po’ grossolano,
questo Ulisse, così come iconoclaste possono apparire le altre figure che lo attorniano, molto liberamente
tratte dalle vicende omeriche e funzionali ad attestare che gli uomini stessi possono divenire dei per i
propri simili ogni qual volta finiscano per determinare il destino degli altri, ma l’Odisseo di Paolini è innanzi
tutto un uomo che si batte per il proprio diritto alla vita, con un esplicito riferimento a quanto accade oggi
in un mondo dove alcuni uomini risultano chiaramente in grado di determinare la possibilità o meno di
sopravvivenza per altri loro simili.
Sul palco, con Paolini, è un piccolo gruppo di interpreti che ne
supportano le azioni, fungono da interlocutori come da oppositori ma soprattutto stendono il tappeto
sonoro, ideato da Lorenzo Monguzzi, cu cui si sviluppa l’intera rappresentazione. Fra di essi brilla la voce di
Saba Anglana, ma davvero molto buona è in generale tutta l’esecuzione musicale. Qualche perplessità forse
rimane sulle virtù attoriali degli stessi, chiamati a brevi interventi non sempre pienamente adeguati, ma lo
spettacolo viaggia ad un livello emotivo che è in grado di assorbire anche queste situazioni. Il pubblico dello
Storchi, la sera della prima, ha infatti premiato la rappresentazione con lunghissimi, scroscianti applausi.
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