Due in comunità senza possibilità di allontanamento
Il provvedimento preso dal Tribunale dei Minori in attesa del processo Stesse divieto di uscite anche per quello in famiglia
VIGNOLA. Cosa rischiano adesso i protagonisti dell’estorsione? Dove sono e cosa fanno mentre la macchina della giustizia va avanti e quali sono i prossimi passaggi giudiziari?
I fatti contestati, e documentati dalle indagini dei carabinieri, riguardano violenze, minacce e pressioni con modalità collaudate. Da adulti. Come malavitosi ben organizzati. Da una parte la cessione di stupefacenti, con il video fatto magari con il telefonino, dall’altra il ricatto per estorcere denaro, tanto denaro. Fatti gravissimi, metodici, che siamo abituati a vedere applicati dalla criminalità organizzata.
Nel caso di Vignola i protagonisti sono due minorenni, probabilmente attorno ai 17 anni, che non esitavano a sollecitare i pagamenti a chi avevano preso come bersaglio, danneggiando pesantemente le auto dei genitori.
Ora sono in una casa famiglia, e non possono allontanarsi per nessuna ragione dall’edificio in cui sono stati destinati. Un allontanamento equivarrebbe a un’evasione. Anche se i riformatori di un tempo oggi non esistono più, resta il carcere minorile per i casi più gravi.
Ma le case-famiglia hanno persone molto energiche e credibili, capaci di trasmettere ogni giorno il messaggio fatto dai magistrati a ragazzi come quelli di Vignola: «Avete commesso reati gravi e per questo sarete processati - questo in buona sostanza il discorso - Avete già un piede in carcere ma visto che non avete ancora 18 anni vi diamo una possibilità, una sola, l’ultima, per evitare di finire dietro le sbarre».
Alternativa secca: rigare dritto rispettando le regole, dalla sistemazione delle proprie cose agli studi e all’assenza di litigi con gli altri. Zero bullismo, zero tolleranza verso prepotenze di nessun tipo. Altrimenti nel processo tutto questo avrà un peso. Assieme al resto.
Funzionerà per giovanissimi così abituati a minacce e rati di quel tipo?
Cosa sarebbe successo se, continuando nella loro escaltion malavitosa i tre giovanissimi fossero passati dai pestaggi ai coltelli o peggio ancora? Di fronte a casi come questo scatta immediatamente il meccanismo di difesa, l’idea di capire da dove vengono i minori e le loro famiglie, la voglia di rifugiarsi nel rassicurante “Non sono dei nostri”. Oppure “Sono poche mele marce”, quasi che la paura potesse funzionare da bisturi per isolare le cellule di un disagio che si teme contagioso.
E invece anche quei tre ragazzi avevano alle spalle famiglie che si ritrovano con i loro ragazzi a un passo dalla galera. Magari si tratta di famiglie come tante, con uno stipendio per far quadrare tutte le spese, una vita dignitosa. Con famigliari abituati a vedere i figli davanti ai videogiochi, con i telefonini perennemente in mano o con le cuffie ad ascoltare musica; magari con felpe e cappuccio in compagnia di amici, come tutti gli altri. Ora anche il sistema di allerta, quell’antenna sottilissima rappresentata da scuola e servizi sociali, potrebbe trarre da questa vicenda indicazioni utili per evitare che casi come questo si ripetano. E soprattutto per evitare di lasciare sole le famiglie coinvolte, evitando pure il passaggio dei ragazzi alla malavita più dura una volta che avranno finito il periodo di rieducazione comminato.—
S.C.
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