L'intervista. Il futuro della sanità modenese oltre gli ospedali Antonio Brambilla: «I servizi territoriali vanno potenziati»
Il direttore generale dell’Ausl Brambilla disegna il progetto «La popolazione invecchia: servono strutture intermedie»
MODENA. Lo dice sottovoce, forse non vorrebbe nemmeno che venisse scritto: «Da vent’anni questa regione e questa azienda sono al top in Italia. Per cui, quando sento un sindaco dire che la sanità non funziona, penso che lo stia facendo solo in modo strumentale e che faccia del male ai suoi cittadini: li disorienta e impedisce loro di usare bene i servizi. Non dimentichiamo che le persone devono approcciarsi alla sanità con fiducia».
Parole di Antonio Brambilla, medico milanese ma con una lunga esperienza in Emilia Romagna, che a maggio è stato nominato direttore generale dell’Ausl di Modena e già nei primi mesi del suo incarico ha dovuto affrontare un caso spinoso come quello dell’Area Nord, con il sindaco leghista di Mirandola Alberto Greco in prima linea nella battaglia per l’ospedale Santa Maria Bianca.
«Non vorrei parlare di politica», precisa Brambilla sorridendo. Ma poi chiarisce: «Ho presentato due settimane fa a Bologna una serie di azioni per il distretto di Mirandola dove oggettivamente esiste un problema. Ne siamo consapevoli. Per questo ho incontrato tutti i sindaci: al termine della riunione erano soddisfatti. L’indomani sui giornali, credo per ragioni politiche, ho visto delle dichiarazioni che connotavano il nostro progetto come irricevibile. La cosa mi ha sorpreso, ma non più di tanto».
Direttore Brambilla, in che cosa consiste il progetto per l’ospedale di Mirandola presentato ai sindaci?
«Parliamo di una struttura ottima, con alcune parti davvero molto pregevoli, ma dobbiamo organizzare meglio l’assistenza. Vogliamo valorizzarlo e svilupperemo servizi nuovi: la Casa della salute, l’ospedale di Comunità, un’attenzione maggiore alle cure domiciliari. Potenzieremo anche la specialistica. Poi andremo a modificare l’area omogenea di Chirurgia e Ortopedia: è un modello organizzativo che non sta funzionando adeguatamente e per questo realizzeremo due reparti distinti. Per Ginecologia abbiamo bandito il primariato, in modo che anche per i professionisti diventi più interessante lavorare in quel Punto nascite. Un altro problema è in Medicina, perché ha tanti posti letto ma anche molta utenza. Gli amministratori locali dovrebbero capire che se realizzassimo l’ospedale di Comunità accanto alla lungodegenza sgraveremmo la Medicina da pazienti che possono essere ospitati in strutture a intensità più bassa. Quindi non toglieremo nulla, anzi aggiungeremo. Tutto ciò, però, coerenti con una visione chiara: le strutture intermedie sono molto più utilizzate degli ospedali».
Che cosa intende?
«Quante volte una persona si reca in ospedale nel corso della sua vita? Al contrario, dopo una certa età, i servizi territoriali vengono utilizzati con un’altissima frequenza, quasi una volta a settimana. Prendiamo l’esempio di Castelfranco, dove due giorni fa è stato inaugurato l’hospice dentro la Casa della salute e dove esiste già un ospedale di Comunità che miglioreremo, dove c’è il centro per la terapia del dolore, dove ci sono i medici di famiglia, dove c’è la specialistica. Così si creano strutture territoriali che sono molto più utili rispetto a due posti letto in più per pazienti acuti e lo sostengo in base al cambiamento socio epidemiologico in atto da vent’anni: avremo sempre più anziani, soprattutto soli. Ed è un discorso che si intreccia con la fiducia dei cittadini nella sanità».
In che modo?
«Gli amministratori che chiedono due posti letto in più (che non servono a niente dal punto vista qualitativo) non guardano alla trasformazione in corso e non fanno il bene del cittadino. La politica non deve cavalcare i disagi della gente».
L’intenzione è quindi quella di creare una rete capillare di servizi intermedi in tutta la provincia, ovviamente mantenendo gli ospedali principali.
«Sì, esatto. Faccio un ulteriore esempio. In una provincia come Modena non possono esserci più strutture che intervengono sul carcinoma del pancreas e prendo un caso estremo. Se ogni ospedale lo operasse nessuno imparerebbe a farlo bene, perché occorre una professionalità molto spiccata. L’esempio è utile per comprendere il concetto di volumi di attività legati alla qualità della prestazione, un qualcosa che in questa Regione si fa da anni. È il cosiddetto modello Hub and Spoke: concentrare alcune attività in determinati luoghi per far sì che il paziente fruisca della migliore assistenza. E per farlo comprendere ai cittadini occorre che ancora una volta la politica faccia la sua parte».
A proposito di interventi chirurgici, quali sono i tempi di attesa a Modena e provincia?
«Siamo i migliori in Emilia Romagna assieme a Reggio Emilia e questo grazie al percorso integrato che abbiamo intrapreso assieme all’Azienda Ospedaliero-Universitaria (Policlinico e Baggiovara, ndr). Da alcuni anni tutte le aziende sanitarie dell’Emilia Romagna stanno lavorando sui tempi di attesa: in primis sulle visite specialistiche in cui siamo la Regione migliore. Poi ci si è concentrati sui ricoveri di chirurgia. Dal 2018 ad oggi c’è stato un netto miglioramento: eravamo all’83% di interventi eseguiti nei tempi prestabiliti, ora siamo all’88% con punte del 91. E ci sono ancora margini di miglioramento».
Come è stato possibile ottenere tali risultati?
«Il segreto è il percorso integrato tra Ausl e Azienda Ospedaliero-Universitaria: un rapporto che non solo migliora i tempi di attesa, ma impatta anche sulla qualità dei servizi offerti. Parliamo della circolazione dei professionisti tra i diversi ospedali (compreso Sassuolo) e le aziende. I chirurghi si spostano, andando a operare nelle diverse piattaforme presenti in tutto il territorio. Se un paziente di Mirandola si deve fare l’ernia inguinale non c’è la necessità che vada al Policlinico: invece di mettersi in fila a Modena, può essere l’equipe del Policlinico ad andare a operare a Mirandola. Faccio riferimento a tutti quegli interventi ad “alta prevalenza” che devono essere eseguiti in prossimità, mentre è necessario centralizzare nei grandi ospedali quelli a “bassa prevalenza”, ovvero quelli più complessi in modo da aumentare i numeri e migliorare la qualità. E lasciatemi dire una cosa. Modena e la sua provincia sono dotate di professionisti davvero bravi, ho trovato qui uno standard qualitativo dei medici molto alto. E soprattutto il percorso di cui parlavo non è qualcosa di semplice, è un lavoro complicato perché non sempre i professionisti sono disposti a muoversi. E invece qui è possibile. I chirurghi del Policlinico e di Baggiovara sono contenti di andare a operare nelle strutture Ausl, perché trovano sale operatorie funzionali, infermieri e anestesisti aggiornati e preparati».
Detto dei medici e delle strutture, qual è stato il suo impatto con la cittadinanza modenese in questi primi mesi?
«Devo ammettere che essere il direttore generale Ausl di Modena crea un po’ di apprensione. È una provincia importante, una realtà evoluta dal punto di vista culturale, economico e in particolare associativo. Ho trovato un volontariato fortissimo, non solo nei numeri. Alla Casa della salute di Carpi, per fare un esempio, ci sono 54 associazioni. Ciò significa che i cittadini sono attenti, partecipano alla vita sociale e sono generosi anche nelle donazioni. Il senso di solidarietà è estremamente diffuso e ciò non può che essere un valore aggiunto, ma, come detto, è anche una responsabilità maggiore per la sanità». —
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