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Marchi acquista per dieci milioni il 15% di Coin spa ed entra nel cda

Serena Arbizzi
Marchi acquista per dieci milioni il 15% di Coin spa ed entra nel cda

Per il presidente di Liu Jo ruolo di spicco nel colosso retail  «Percorso pensato in sinergia con gli obiettivi aziendali»

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Un percorso pensato in sinergia con gli obiettivi aziendali, che ha consentito l’ingresso con un ruolo di primo piano in uno dei due colossi nazionali del retail. Marco Marchi è il presidente e fondatore del marchio di moda Liu Jo, che nel 2018 ha fatturato 374 milioni di euro con 800 dipendenti nel mondo, (dei quali il 90% donne), dall’età media complessiva di 37 anni. Da pochi giorni Marchi ha fatto il suo ingresso nel consiglio d’amministrazione di Coin spa grazie a un aumento di capitale che lo porta a detenere una quota del 15%. Un’operazione del valore di 10 milioni di euro, come si desume dalle indagini sul patrimonio di Coin.

Per il gruppo di distruzione l’ingresso di Marchi, «nuovo e importante imprenditore italiano - commentano i vertici di Coin - significa valorizzare il lavoro svolto dalla cordata di capitani d’impresa e dal management alla guida dell’azienda e, grazie ai nuovi mezzi finanziari e all’esperienza e visione di Marco Marchi, contribuirà ad accelerare il piano di rinnovamento e sviluppo dell’insegna attualmente in corso».

Marchi, l’operazione d’ingresso in Coin è stata effettuata da lei in quanto persona fisica oppure da Liu Jo?

«L’investimento è stato effettuato da me come persona fisica e rappresenta un business in questo senso. Ma si tratta di un’operazione strategica e in forte sinergia con gli obiettivi aziendali di Liu Jo. Coin spa ha il monopolio del retail insieme a Rinascimento. E il retail è un valore per Liu Jo, è una delle sue vocazioni. Il marchio è sempre più vicino al segmento premium, rispetto al mass market».

Facile dedurre che Liu Jo, quindi, sarà presente nei punti vendita del gruppo di distribuzione?

« Liu Jo deciderà di entrare in qualche location, certamente. Credo che il mio ingresso in Coin possa tradursi in vantaggi per le parti coinvolte e, naturalmente, che si traduca in operazione vantaggiosa anche per l’azienda di cui sono presidente».

E con Blumarine, si può parlare di “amore sfumato”?

«Blumarine rimane quello che è il pensiero e il desiderio profondo di ogni carpigiano. Risponde in pieno al nostro Dna. E non è un delitto affermare che questo progetto un giorno possa realizzarsi. Io non ho mai fatto mistero di apprezzare profondamente il marchio...».

Perché la trattativa non è andata in porto?

«Credo che non ci sia soltanto un motivo che abbia portato a quest’esito. Si tratta di un problema culturale esteso a un livello più generale. A un livello di settore che coinvolge tutte le imprese italiane. Le cause non sono certo riconducibili a una conflittualità tra me e Tarabini (amministratore unico di Blufin, produttrice del marchio Blumarine, ndr). Le imprese italiane, purtroppo, si distinguono per la caratteristica nanismo industriale».

A cosa si riferisce?

«Parlo della tendenza, ormai consolidata, delle imprese francesi di acquistare le aziende italiane maggiormente appetibili, mentre qui non si riescono a creare gruppi fra le varie imprese. In Italia non si riescono a creare pool di aziende per consolidare il mercato. Ecco perché parlo di un problema culturale generale e non di conflittualità personali. A monte non c’è la volontà di unirsi per affrontare i mercati». —



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