Tende sul balcone, la lite tra vicini finisce dal giudice
Tra una ringhiera e l’altra installati due teli di due metri: fa causa per farli togliere ma perde: «Può farlo» e paga 10mila euro di spese
Quelle tende messe dalla vicina non le sono proprio mai piaciute: oscurano il paesaggio che prima vedeva dal suo balcone, anzi lo deturpano. Per questo si è rivolta a un giudice per farle togliere e ripristinare lo sguardo sul paesaggio circostante. Ma ha scoperto che quelle tende possono stare lì perché, per quanto d’ostacolo per lo sguardo, sono da considerare semplice elemento di arredo removibile. E, perdendo la causa, questa scoperta le è costata diecimila euro di spese legali.
La lite legale finita con questa sentenza della Prima Sezione Civile del Tribunale di Modena coinvolgeva due proprietarie che abitano una accanto all’altra, le cui villette sono divise da lunghe ringhiere. Mentre Paola (nome di fantasia) ha montato una tenda che impedisce alla vicina lo sguardo dentro i suoi spazi e ha installato una palizzata di legno vicino alla ringhiera divisoria, la vicina Anna (altro nome di fantasia) si è rivolta al giudice per far togliere quegli elementi che a suo avviso deturpavano la vista sul paesaggio circostante e chiedeva anche di farsi rifondere il danno per questa perdita estetica. Al giudice ha fatto notare che le tende sono di fatto costruzioni che non rispettano le distanze minime di legge (tre metri dal fondo vicino) “arrecando danno al diritto di veduta e di panorama”. Il motivo è che, secondo Anna, soprattutto le e tende alterano il decoro architettonico della sua proprietà: «Sono opere non integrate – scrive il suo avvocato – per materiale e per colore». Tesi negata dal legale della vicina Paola: non sono costruzioni, per legge si può fare.
Per chiarire il giudice ha chiesto un aiuto al suo consulente. Nella perizia, il consulente descrive cosa ha visto sul posto: la tenda è composta da «un cavo metallico di supporto allo scorrimento di due teli in tessuto utilizzati per schermare la vista tra le proprietà limitrofe. Questo cavo –posizionato a 25 centimetri dal confine nel lato estremo sinistro del terrazzo – è a circa due metri di altezza dove scorrono due teli di tessuto leggero dotati di anelli. Sono bianchi e non risultano completamente oscuranti ma lasciano parzialmente traguardare quanto di trova dalla parte opposta».
La palizzata poi è alta quasi 1,30 metri ed è lunga quasi otto metri. Insomma, fuoriesce di quasi mezzo metro dalla ringhiera. Secondo il perito del giudice la staccionata «costituisce sicuramente un’opera mobile, annoverabile tra gli altri elementi di arredo; è infissa con alcuni legacci di filo di metallo facilmente asportabili». Inoltre sia la staccionata che la tenda non sono opere regolamentate dal Comune, come ha confermato anche un tecnico comunale: non esistono neppure usi locali per le distanze. L’immobile di Anna, si legge nella sentenza, «non trae alcun danno o diminuzione di valore a causa della loro presenza». Ma secondo la Cassazione, «la tenda non costituisce una costruzione a meno che non sia inserita in una struttura fissa e sia di ampiezza tale di limitare la veduta e da costituire un ostacolo fisso al passaggio di aria e luce». Il giudice quindi riconosce che non solo sono state violate le leggi in materia ma che la staccionata è addirittura un elemento di arredo «rimovibile in ogni momento» e quindi non vìola le distanze tra vicini dato che è di altezza quasi pari alla ringhiera. Stessa cosa vale per la tenda scorrevole e trasparente “che viene “tirata” solo per limitati periodi di tempo . Quanto alla questione del decoro architettonico, il perito segnala di aver trovato aggiunte sul retro e una complessiva mancanza di un ordine architettonico nell’edificio. —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google