Dieci: «Il vero rischio è che l’ordine informale prenda il sopravvento»
«L'impatto delle comunicazioni su supporti tecnologici sta cambiando profondamente il rapporto tra lavoratore e azienda. Manca una legge ancora precisa in merito, e la giurisprudenza ancora non ha colmato il vuoto. Dal punto di vista sindacale, il rischio che vediamo è quello di scambiare messaggi di carattere informale - sui social o ancor i più su piattaforme di messaggistica - con vere e proprie comunicazioni formali, sostituendosi quindi ai canali previsti o codificati dai contratti». Così si esprime Daniele Dieci della Segreteria Provinciale Cgil sull’uso delle nuove tecnologie (social, chat ecc) nei rapporti tra datore di lavoro e dipendente.
Si tratta di una questione aperta in ambito sindacale, molto dibattuta e ancora agli albori per quanto riguarda il suo inquadramento formale.
In generale, i sindacati oggi distinguono i problemi che nascono sulle nuove tecnologie nei luoghi di lavoro in due categorie. La prima considera il mezzo di comunicazione (social e chat) usato per esprimere critiche o pareri sul scelte dei superiori o dirigenti. Il criterio di riferimento, in questo caso, è il rispetto del codice etico o e anche quanto fissato nel contratto di lavoro per come si comunica a qualcuno in base al suo ruolo (e anche il rispetto per la Pubblica amministrazione per gli enti pubblici). La seconda categoria invece considera l’insieme delle casistiche che riguardano comunicazione in chat e social o altre forme di nuova tecnologia rivolte all’interno dell’azienda, soprattutto per impartire ordini o disposizioni di lavoro: si può dare un ordine a un dipendente via whatsapp? In questo campo la giurisprudenza del lavoro è ancora molto grigia e ambigua, anche perché la legge fatica a seguire i cambiamenti comunicativi con questi nuovi mezzi. Il caso più studiato è quello delle dimissioni volontarie che richiedono oggi una formalità: vanno comunicate sempre sul portale web del Ministero del Lavoro. —
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