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«I giocatori non ricordano le cifre spese»

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«I giocatori non ricordano le cifre spese»

Lo psicologo Canfora (Ceis) «Le “bollette” sportive sono spesso sottovalutate Il controllo del denaro è un atto terapeutico»

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«È sempre difficile quantificare la cifra spesa da un giocatore patologico, perché hanno un oblio sulle cifre. Nel caso di Marco (l’intervista sopra, ndr) si può dire che i 150mila euro quantificati in realtà siano 300mila. D’altronde se non ci fosse la distorsione cognitiva il giocatore non riuscirebbe a continuare a giocare. Il soggetto deve perdere lucidità rispetto alle vincite e alle perdite, altrimenti in maniera logica capirebbe di smettere».

A parlare è Flaviano Canfora, psicologo e psicoterapeuta dell’ambulatorio Toniolo Ceis, che analizza il caso di Marco e più in generale la condizione dei ludopatici.

SCOMMESSE SPORTIVE

«Una particolarità dei giocatori come Marco - spiega - è che scommettono nello sport. Siamo abituati di solito a giocatori di slot o Vlt, ma si sottovalutano le cosiddette “bollette”. In questo genere di scommesse vi è una porzione di logica: ad esempio su Juventus-Napoli si può puntare sia in maniera diretta sia inversa, quindi coprendosi. Ciò dà l’illusione al giocatore di esporsi meno, ma giocando sistemi con 10 partite il rischio e la spesa aumentano esponenzialmente. Inoltre le agenzie di scommesse offrono un programma vastissimo. Uno dei miei pazienti scommetteva sulle partite di ping pong sud coreane, uno sport di cui non sapeva nulla. O anche peggio, si è arrivati a poter scommettere su partite di calcio virtuali guidate da un computer. Per il giocatore patologico non è importante su che cosa scommette, ma scommettere e basta. Allo stesso modo un tossicodipendente che usa eroina, in assenza della sua sostanza preferita, usa qualunque altra cosa. L’importante è dissociarsi dalla realtà. E non conta nemmeno vincere o perdere: scommettere gli permette di allontanare la paura e la tristezza».

controllo del denaro

In questi casi il controllo della gestione del denaro è fondamentale: «È una tecnica che si chiama “riduzione del danno”. Ed è un vero e proprio atto terapeutico, un patto tra soggetto, famiglia e terapeuta. Nell’80% dei casi il soggetto non gioca, anche perché nelle agenzie di scommesse è difficile che anticipino il denaro. Inoltre il paziente non giocando si sente meglio».

CRisi e famiglia

Tornando al caso di Marco, sono fondamentali le tempistiche: «Ha giocato di più dopo la crisi economica ed è qualcosa di riscontrato a livello generale in tutte le fasi di depressione economica. Lo stesso è avvenuto anche dopo il terremoto del 2012. I periodi di incertezza aumentano il gioco patologico nella società». Infine il rapporto con la moglie: «Marco si è rivolto al Sert solo di fronte alla minaccia di abbandono da parte della moglie. È un qualcosa di comune per gli uomini tra i 40 e i 50 anni. Ma è anche un bene, perché il giocatore che è sensibile alla minaccia di perdita della famiglia depone in modo favorevole per la riuscita del percorso terapeutico. Che in media può durare 2/3 anni, ma si tratta di un tempo di massima che non vale per tutti». —

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