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Natale triste degli operai senza lavoro «Cassa integrazione e nient’altro»

Saverio Cioce
 Natale triste degli operai senza lavoro «Cassa integrazione e nient’altro»

Il fallimento della Ettore Martinelli e il futuro degli ex dipendenti al centro del caso Russia 

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La storia



Delle promesse estive, le pacche sulle spalle, gli incoraggiamenti quando sono rimasti gli ultimi a essere licenziati, non rimane che il ricordo.

Per gli ultimi diciotto dipendenti della Ettore Martinelli, la ditta che fabbricava stampi per ceramiche e che è fallita a luglio, l’unica notizia positiva è stata quella di poter accedere alla cassa integrazione per cessata attività.

Una concessione arrivata dopo una lunga istruttoria e discrete pressioni romane, che hanno tolto un focolaio di protesta popolare dal distretto ceramico. Già perchè il nuovo sindaco Menani, tra i primi atti della sua giunta, aveva bollato con parole pesanti gli operai che presidiavano l’azienda.

«Chi ha bisogno di lavorare - disse in buona sostanza - deve accettare il lavoro dove c’è. La Ettore Martinelli non ha anche una sede in Russia?» Così, liquidate le ragioni di chi era rimasto senza stipendio dopo una lenta agonia di crisi aziendale, il sindaco rifiutò di solidarizzare con gli operai rimasti a casa. Un fatto senza precedenti, con cui forse Menani voleva rimarcare la sua distanza politica dalle tradizioni delle giunte di centrosinistra, ma che provocò aspre polemiche a livello nazionale.

Cosicchè alcuni giorni dopo, viste le reazioni, si precipitò a precisare che era stato frainteso. E aggiunse, per buona misura, che si sarebbe adoperato per trovare un posto di lavoro alternativo a quello perso.

Quattro mesi dopo cos’è rimasto di quelle promesse?

«Ho dato i nominativi degli ultimi dipendenti senza lavoro ad altre aziende del territorio - fa sapere il primo cittadino Francesco Menani - Io ho fatto la mia parte. Non posso offrire lavoro».

Fatto sta che nessuno di quei diciotto operai rimasti a casa ha trovato sino a oggi qualcosa che assomigli a un’occupazione stabile.

«I più fortunati di noi - dice Carlo Dello Monaco, uno degli ex dipendenti - sono stati chiamati dal Centro dell’Impiego e hanno lavorato due, tre mesi. Poi sono stati rimandati a casa quando è finito il loro periodo di lavoro. Una ricollocazione? No, non se n’è mai parlato. Ormai con gli ex colleghi ci si vede in occasione di pratiche burocratiche, i rimborsi Irpef e così via. Ognuno fa quello che può per cercare un’altra occupazione».

Della cinquantina di dipendenti che contava la ettore martinelli una trentina ha cominciato a cercare alternative quando è iniziato lo stato di crisi. Sono usciti alla spicciolata e ora che non lavorano più hanno presentato il conto all’ex azienda per cui hanno lavorato tanti anni.

Di fronte alle conseguenze del fallimento hanno presentato al curatore le loro spettanze, i pagamenti mai ricevuti.

In concreto sono creditori privilegiati per legge e se si riuscirà a monetizzare anche in parte quello che resta del patrimonio aziendale potrebbero portare a casa ciò che spetta loro. Nella voragine dei debiti è finita anche la sede americana anche se l’azienda satellite, la Emar, non è stata ricompresa nel crac di luglio. In quella ditta si continua a produrre la componentistica per le macchine ceramiche, un’altra parte dell’ex sede della ex Martinelli. —

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