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Estorsione a disabile Operatore sociale condannato a otto anni

Francesco Dondi
Estorsione a disabile Operatore sociale condannato a otto anni

Severa sentenza del giudice Clò per il 40enne di Mirandola I familiari: «Una pena congrua alle sofferenze della vittima»

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Federico non era in aula mentre il giudice Carolina Clò lo condannava a otto anni, una multa di 2mila euro, 5mila euro di provvisionale in attesa del risarcimento da quantificare in sede civile e al pagamento di 3400 euro di spese legali oltre all’interdizione dai pubblici uffizi. L’operatore sociale, ex dipendente della Domus, che gestisce il laboratorio “Arcobaleno” di Mirandola, ha scelto di non assistere all’ultima udienza del processo che lo vedeva imputato per estorsione ai danni di Fabio, disabile di Cavezzo, avvenuta proprio nel laboratorio protetto. Federico, è stato ricostruito, si faceva consegnare soldi da Fabio (venne trovato dai carabinieri con 20 euro “segnati” nel portafogli) dietro a minacce e pressioni, soldi che l’uomo di Cavezzo sottraeva alla madre per evitare ripercussioni all’Arcobaleno.

Un processo che ha visto un epilogo non certo scontato anche alla luce delle richieste avanzate dal magistrato Teresa La Greca. La sostituta del pubblico ministero, Katia Marino, alla fine di una discussione in cui aveva usato molti condizionali non mostrandosi particolarmente sicura della tesi accusatoria, aveva infatti chiesto la condanna a 6 mesi e 500 euro di multa a fronte di una pena prevista compresa tra i 5 e i 10 anni.

La difesa del 40enne di Mirandola, affidata all’avvocato Giovanni Casara, con grande cautela e delicatezza per la vittima dell’accaduto, aveva invece chiesto l’assoluzione per non aver commesso il fatto. «Il pm ha tanti dubbi - ha detto - che sono anche i miei. Non c’è la prova della colpevolezza in un caso che umanamente ci coinvolge tutti».

Chi invece non ha indugiato è stato l’avvocato di parte civile, Gianfranco Balugani, che rappresentava la famiglia presente in aula con il fratello di Fabio. «Nel corso delle udienze e nella sua stessa testimonianza, Federico Martini non è riuscito mai a spiegarci perché, secondo lui, Fabio si era inventato tutto. Ha sempre sostenuto una stolta e becera narrazione dei fatti. Credo che la vicenda possa essere inserita in un eccesso di stress lavorativo che ha portato ad una devianza comportamentale. La sofferenza di Fabio è palese, la colpevolezza di Martini pure».

Il giudice ha preso la sua decisione in pochi minuti e alle 14.35 ha letto le poche righe di sentenza (motivazioni in 90 giorni), accolte con sollievo dai familiari di Fabio, affidate all’avvocato Balugani: «Siamo soddisfatti. La pena è congrua alla sofferenza patita dalla vittima e dalla sua famiglia». —

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