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Metà paga per anni ai caporali, Carabinieri smantellano organizzazione e "liberano" operai

Metà paga per anni ai caporali, Carabinieri smantellano organizzazione e "liberano" operai

Tre pakistani, in sostanza due titolari e un factotum, hanno sottoposto 58 loro connazionali per anni a diverse angherie. In particolare, i lavoratori di una azienda in provincia di Modena, dovevano pagare i tre per ottenere sia le proprie buste paga sia i permessi di soggiorno, restituendo buona parte degli stipendi.

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SAVIGNANO Contratto regolare che manca, stipendi dimezzati a causa delle quote pretese dai datori di lavoro, orari-monstre, minacce di licenziamento per chi non si adegua. Un caso di caporalato che andava avanti da cinque anni è stato smontato dai carabinieri di Bologna, con la collaborazione decisiva dei lavoratori sfruttati.

Tre pakistani, in sostanza due titolari e un factotum, hanno sottoposto 58 loro connazionali per anni a diverse angherie. In particolare, i lavoratori dovevano pagare i tre per ottenere sia le proprie buste paga sia i permessi di soggiorno, restituendo buona parte degli stipendi.

E tutti dovevano anche adeguarsi a turni di lavoro irregolari, fino a 12-13 ore di fila al giorno pena il licenziamento, in condizioni igienico-sanitarie e di sicurezza precarie. Così, non solo sono scattate le misure cautelari nei confronti dei tre, due dei quali finiti agli arresti domiciliari e uno sottoposto all'obbligo di dimora, ma sono state sequestrate le nove società su cui si fondava il 'sistema', delle quali quattro attive nel bolognese e le altre nelle province di Modena (Savignano sul Panaro) , Ferrara, Varese e Brescia, così come vari beni riconducibili ai due fratelli per un totale di 600.000 Euro, nominando un amministratore giudiziario.

Ha scoperto tutto la compagnia dei carabinieri di San Giovanni in Persiceto, insieme ai colleghi e agli ispettori del lavoro di Bologna, sulla base di indagini coordinate dal sostituto procuratore antonello gustapane. I tre pakistani sono indagati per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, così come per estorsione in concorso.

L'attività investigativa è partita da una protesta sindacale di base (Si Cobas) che alcuni lavoratori pakistani avevano inscenato, nel settembre 2018, di fronte alla ditta atg (stampaggio e progettazione di stampi) di castello d'argile, non coinvolta. È stato il gip Alberto Gamberini a stabilire la misura del sequestro di società e beni riconducibili agli indagati nell'ambito dell'operazione, definita dai carabinieri "sogno rubato".

I due fratelli, S.B. (obbligo di dimora) e A.B. (Domiciliari), un 39enne e un 33enne, si avvalevano quindi dell'aiuto pratico del connazionale 'tuttofare' (a.S.C., 38Enne) per continuare a sfruttare i lavoratori.

Tutti e tre erano residenti nella zona della bassa, tra San Giorgio di Piano, Castello d'Argile e Cento. Nella loro ditta, attiva a Castello d'Argile nella lavorazione di manufatti in gomma per ricambi d'auto, gli operai quindi non incassavano più di 600-700 euro, seppur da contratto ne avrebbero dovuti ricevere più o meno il doppio, ed erano stati via via reclutati tramite passaparola.

Tutto questo meccanismo, segnalano i carabinieri di Bologna in conferenza stampa al comando provinciale, aveva fruttato non poco ai suoi ideatori, come emerso dai numeri del sequestro di aziende e capitali sociali relativi, e conferma che anche nel territorio emiliano il caporalato resta una piaga.

È Stata fondamentale la collaborazione dei lavoratori, ribadiscono i militari ricordando che gli accertamenti di polizia giudiziaria sono entrati nel vivo dopo le prime segnalazioni del sindacato. Alle richieste formali dei carabinieri di riferire su quanto stesse accadendo nella ditta, insomma, i dipendenti hanno risposto raccontando tutto, "con coraggio". Oltre a lavorare fino a 13 ore al giorno, contro le sette previste contrattualmente, i lavoratori erano costretti dai caporali a lavorare e a vivere in spazi degradati.

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