Gazzetta di Modena

Modena

l’esperto 

«L’ambiente non è nell’agenda dei governi»

Giovanni Medici
«L’ambiente non è nell’agenda dei governi»

L’affondo di Massimiliano Valerii, direttore del Censis: «Ci vorrà tempo perchè le tematiche dei ragazzi siano ascoltate»

3 MINUTI DI LETTURA







«L’ambiente è la priorità numero uno? Greta è la persona dell’anno per Time? Al di là dell’impatto mediatico la salvaguardia del pianeta non è nell’agenda politica dei governi». Massimiliano Valerii, direttore generale del Censis, è scettico. Anche dopo aver letto i risultati della ricerca della Fondazione Mario Del Monte presentata ieri su queste pagine non può che confermare il suo pensiero: «Ci vorrà molto tempo prima che concretamente le tematiche sollevate da tanti ragazzi possano trovare spazio. Il tema vero è quello di rimettere al centro dell’agenda politica il futuro».

Valerii era a Modena ieri a presentare il suo libro, nell’ambito del programma di MoRe-Impresa Festival promosso da Lapam. Un libro con un titolo non particolarmente ottimistico, “La notte di un’epoca”.

«L’attenzione ai cambiamenti climatici e alla sostenibilità ambientale è cresciuta certamente molto e sono soprattutto i giovani a sollevare questi temi, con grande attenzione mediatica al fenomeno. Ma una politica attenta al consenso e al breve termine – prosegue - non potrà mai considerarli più di tanto, perché si tratterebbe di mettere in discussione un sistema produttivo e toccare in profondità un modello economico ed occupazionale. Ci vorrebbe un diverso sistema elettorale, e questa è una provocazione, che desse a ciascuno un voto ponderato».

Insomma, niente più “uno vale uno” ma secondo Valerii suffragi differenziati per età. «Al voto di un ottantenne maschio, che ha ancora due anni di possibilità di vita secondo la statistica, darei un valore minore di quello di un ragazzo ventenne, per il quale il futuro è ancora una scommessa».

Ma i giovani sono un bacino elettorale di dieci milioni di persone in Italia, mentre chi è in pensione o pensa di andarci “pesa” molto di più. E dunque le istanze dei ragazzi continueranno, secondo il direttore del Censis, ad incidere sempre poco.

In un paese dove peraltro nel 2018 sono nati solo 430 mila bambini, il dato più basso dal 1861. I ragazzi della Quinta M dell’istituto Meucci di Carpi nella sala dell’Accademia Nazionale di Scienze, Lettere ed Arti dove si tiene il Festival sembrano pensosi. Il libro di Valerii racconta la nostra società del rancore, come proprio il Censis l’ha definita tre anni fa, un’Italia dove le giovani generazioni per la prima volta sanno che non potranno godere di condizioni migliori di quelle che le hanno precedute e di una mobilità sociale ascensionale. «Trent’anni fa celebravamo la caduta del Muro di Berlino, la globalizzazione, l’Europa unita, il futuro digitale – spiega ancora Valerii – ma ora siamo in presenza di una seconda “guerra fredda” commerciale Usa-Cina, di nuovi muri al posto delle frontiere porose della globalizzazione, di un nazionalismo protettivo anche verso i problemi che ha messo sul tappeto la diffusione di Internet».

Ma senza una nuova narrazione che ci dia una cornice ideale e valoriale ecco allora spuntare una differente idea di democrazia. E lo ha certificato il 6 dicembre scorso proprio l’ultimo rapporto del Censis curato da Valerii, che ha spiegato come il 48% degli italiani veda con interesse l’avvento “dell’uomo forte” (oltre il 60% è il dato tra gli operai), mentre sette italiani su dieci guardino con incertezza al futuro e solo uno su sette sia ottimista. «A fronte di una politica che non decide, di uno Stato che ha abdicato a Bruxelles o a Francoforte e di corpi intermedi bypassati dalla comunicazione diretta leader-elettori anche per le imprese non sono tempi facili. La crisi – conclude - ci ha lasciato il frutto avvelenato della minor propensione alla cultura del rischio, le famiglie non consumano e non investono e hanno 4200 miliardi di euro nei loro portafogli finanziari. Gli investimenti pubblici visto che non rendono sul mercato del consenso politico sono scesi del 30% in dieci anni e invece sarebbero manna per l’occupazione, che è ora tornata ai livelli 2008 ma è fatta da un maggior lavoro precario». —



Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google