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Tecnologia a scuola, l’eterno dilemma «Ma i libri di carta non tramonteranno»

Elisa Magnoni Chiara D’Aquino Mila Vaccari Daniela Liucci
Tecnologia a scuola, l’eterno dilemma «Ma i libri di carta non tramonteranno»

Il prof. Meschiari: «Così si amplificano le conoscenze». La prof. Paradisi: «Sbagliato parlare ai ragazzi usando Whatsapp»

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Dagli anni 2000 la tecnologia ha invaso ogni aspetto della vita delle persone e della società contemporanea, diventando parte integrante anche nell’ambiente scolastico. Vi sono opinioni diverse e contrastanti su come i dispositivi elettronici possano essere introdotti e sfruttati all’interno di una scuola secondaria di secondo grado.

Come la tecnologia può entrare in un liceo? Lo abbiamo chiesto al professore di letteratura italiana Aldo Meschiari e alla professoressa di lingua e cultura latina Patrizia Paradisi del liceo classico e linguistico Muratori - San Carlo di Modena.

I due professori intervistati si sono entrambi presentati come favorevoli all’utilizzo dei devices a scuola, ma hanno opinioni distanti sul reale uso di questi.

Lei si considera favorevole o contrario alle tecnologie a scuola? Perché?

Meschiari: «Io sono favorevole all’uso della tecnologia a scuola perché la scuola fa parte della società e la tecnologia ne è da tempo un elemento imprescindibile, quindi sarebbe assurdo pensare di creare una scissione tra questi due aspetti».

Paradisi: «Io sono a favore perché al giorno d’oggi non se ne può più fare a meno, ma dipende dall’uso che se ne fa».

Perché alcuni professori sono contrari all’uso delle nuove tecnologie a scuola?

A.M.: «Bisognerebbe chiedere a loro perché io non posso rispondere per altri. Per me, la tecnologia può essere un amplificatore di quelle che sono le conoscenze e le competenze richieste dalla cittadinanza attuale».

P.P.: «Ritengo che possano essere un elemento di distrazione e di mancato approfondimento. L’uso sconsiderato di queste potrebbe avere delle conseguenze negative; ad esempio, considero molto utile l’utilizzo della lavagna multimediale durante le lezioni. Al contrario reputo superflua e diseducativa l’interazione fra professori e studenti su applicazioni come Whatsapp, con l’unica eccezione di gite e uscite didattiche».

Che conseguenze ha l’uso delle tecnologie sull’apprendimento?

A.M.: «Se vengono usate in maniera corretta hanno delle conseguenze molto positive: permettono di facilitare l’utilizzo di testi, di ricerche, di immagini, o di video, che una volta richiedevano molto più tempo e molta più fatica. Lo stesso uso dello smartphone può essere utile, poiché permette di velocizzare, anche in questo caso, la ricerca e lo scambio di informazioni. Ovviamente anche Lim e proiettori sono utili per i motivi suddetti. Io sono anche estremamente favorevole alla scrittura di verifiche o di temi con un word processor, perché è quello richiesto dalla società attuale sia a livello universitario sia a livello lavorativo; ovvio che questo non vuol dire abbandonare o perdere l’uso della manualità, che è importantissima, però le due cose devono essere integrate».

P.P.: «Mi ritrovo d’accordo con alcuni neuroscienziati che sostengono che l’eccessivo uso dei dispositivi elettronici stia portando a una progressiva e grave perdita della connessione cervello-mano».

Che conseguenze ha invece il non uso di queste sull’apprendimento?

A.M.: «Secondo me, la conseguenza più grave sarebbe creare una frattura incolmabile tra la scuola e la società, a causa della quale i ragazzi sentirebbero di andare in un luogo dove si è fuori dal mondo. Ovviamente, bisogna avere equilibrio e non si deve perdere l’uso del libro e della pagina scritta, ma si deve e si può integrare».

P.P.: «Ritengo che il mancato utilizzo delle tecnologie abbia dei riscontri negativi».

La popolazione giovanile italiana, rimanendo indietro rispetto alle altre società riguardo all’uso delle tecnologie, andrebbe incontro a rischi o svantaggi?

A.M.: «Se i ragazzi italiani rimanessero indietro riguardo le competenze digitali, ovviamente, avrebbero molti svantaggi rispetto ai loro coetanei stranieri».

P.P.: «Non penso sia uno svantaggio completo. Al contrario, la troppa tecnologia può portare a problemi di potere e a rischi di controllo di masse».

Quali materie si prestano meglio allo sfruttamento delle tecnologie?

A.M.: «Ci sono delle materie che si prestano di più alla sperimentazione digitale: come, per esempio, le lingue straniere o letteratura italiana».

P.P.: «Nella mia esperienza di insegnante di latino e greco, non ritengo che il metodo tecnologico sia più efficace di quello tradizionale».

Bisognerebbe dare più importanza all’apprendimento del corretto utilizzo dei dispositivi digitali?

A.M.: «I cosiddetti “nativi digitali” sono, in realtà, nativi digitali fino a un certo punto: sotto certi aspetti sono molto veloci, mentre su altre cose avrebbero bisogno di studiare. Per esempio, sarebbe importante imparare l’uso del word processor o la corretta produzione scritta di una mail. La tecnologia permette di potenziare moltissimo le possibilità comunicative e quindi non si dovrebbe dare per scontato che i ragazzi d’oggi sappiano usare tutti i devices, usandone solo alcuni».

P.P.: «A mio parere bisognerebbe avere una conoscenza più elevata della tecnologia, specialmente in ambito etico e morale».

Qualora fossero introdotte ulteriori strumentazioni tecnologiche, come si dovrebbe affrontare l’aspetto economico? La scuola dovrebbe fornire ad ogni classe i dispositivi necessari, magari aumentando la tassa scolastica, oppure gli studenti dovrebbero portare i propri?

A.M.: «Questa è una domanda difficile, non saprei rispondere con sicurezza. Dal punto di vista economico si cerca sempre di mettere tutti sullo stesso piano: non ci possono essere privilegiati e più fortunati, bisognerebbe cercare di lavorare per dare a tutti le stesse possibilità».

P.P.: «È una questione delicata e importante, non considero opportuno che la scuola si faccia carico dell’acquisto di dispositivi per ogni singolo studente, ma, in caso, solo per coloro che hanno difficoltà economiche».

Come si immagina la scuola tra 20 anni? Che importanza avrà la tecnologia? Verranno aboliti i libri?

A.M.: «Non lo so, non me la so immaginare a dir la verità. La tecnologia, ovviamente, avrà un’importanza enorme, ma spero che non arrivi a diventare troppo pressante e a sostituirsi totalmente ai metodi di insegnamento tradizionali. Non credo verrebbero aboliti i libri, perché non passeranno mai di moda, poiché danno un approccio empatico. Probabilmente i libri digitali si diffonderanno maggiormente, non ci vedo nulla di male».

P.P.: «Bella domanda, spero di esserci ancora tra vent’anni! Sono preoccupata per le trasformazioni che la nostra intelligenza potrà subire a causa della tecnologia, ma fortunatamente il sistema scolastico è molto indietro rispetto alla società sotto questo aspetto. Ovviamente spero che non si perda mai l’uso dei libri cartacei».

Da entrambe le opinioni emerge l’idea di un necessario e continuo equilibrio tra l’intelligenza umana e quella digitale, affinché la popolazione giovanile, ancora in età dell’obbligo scolastico, possa trarne il massimo beneficio. Come scrisse Piero Angela: “Il problema non è nella tecnologia, ma nel modo di utilizzarla” (Nel buio degli anni luce, Garzanti, Milano, 1986). —

Elisa Magnoni

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