Cyberbullismo, i genitori vanno dal giudice dei minori
Alla scuola Saliceto Panaro confronto con Luca Degiorgis «I ragazzi devono conoscere rischi, pericoli e responsabilità usando i telefonini e i social»
«Cari genitori, date pure lo smartphone ai vostri figli minorenni, ma sappiate che in via del Pratello a Bologna c’è un Tribunale dei minori e pure un carcere minorile, per i reati che rischiano di commettere in rete».
È stato un confronto costruttivo quello organizzato venerdì sera presso la scuola primaria “Saliceto Panaro” dal Comitato genitori del plesso di Modena Est, con un intervento del giudice onorario del Tribunale dei minori, Luca Degiorgis su “Cyberbullismo, social network, legalità e sicurezza”.
Sarebbe «fuori dalla storia», ammette il giudice, «non dare il cellulare ai propri figli minori. Mi viene in mente quando arrivò la lavatrice e molti dicevano che lavandola a mano la biancheria sarebbe venuta più pulita. Ma dal momento in cui permettiamo ai ragazzi di affacciarsi ai social, sono tante le occasioni in cui un minorenne si potrà trovare immischiato in situazioni che riguardano l’utilizzo sbagliato dei social. E se di fronte a un furto uno sceglie se commettere un reato o no e sa che se ti beccano pagherai, quando si usa lo smartphone questa consapevolezza è molto più sfumata tra i ragazzi e pure tra gli adulti».
I tanti incresciosi episodi tratti dalla sua esperienza professionale colpiscono molto i genitori presenti. Come quello che ha visto coinvolto un ragazzino che dopo aver preso un 4 nella verifica torna a caso arrabbiato, accede a Whatsapp e scrive aggettivi irripetibili e sessisti rivolti all’insegnante, ripresi e commentati con ulteriore virulenza dai compagni.
«La docente cosa deve fare secondo voi in questi casi? – ha chiesto il giudice alla platea – Può non fare nulla, ma siccome è un pubblico ufficiale con l’incarico importante di educare i vostri figli non ammetterà che la propria reputazione venga offesa. E questa si chiama diffamazione, con un processo in via del Pratello. E badate che una frase di questo tipo, solo di avvocati, costa almeno 5000 euro, oltre alla condanna e alle conseguenze. Però l’abitudine di parlare in un certo modo li porta a scrivere testi che poi non si cancellano più. Bisogna usare il cervello».
O ancora: il minore che costruisce un falso profilo facendosi passare per un’altra persona: «se qualcuno pensa di aver trovato il software che rende invisibili – avverte – sappia che non è così e magari i carabinieri arrivano alle 7 del mattino e sequestra, come è successo, il pc, gli smartphone, il modem, diventati oggetto di indagine penale».
O gli alunni che trasformano sulla rete il cognome di un compagno in “pattume”, tanto che lui «si ritrovava lo zaino pieno di bucce e di cartacce, fino a che, esasperato, spacca con un pugno il naso a uno di loro. Non ha fatto bene, ma la situazione era diventata insostenibile, lo aveva detto alla docente ma non era servito. Questo succede quando non c’è dialogo con i genitori. Fanno fatica a confessarvi certe cose, ma i ragazzi stanno male, dovete parlare di più con loro. La rete è virtuale ma nelle conseguenze è molto reale e se crediamo che situazioni di questo tipo passano da sole sbagliamo».
E poi ci sono i siti porno.
«Un tempo avevamo i giornalini e come allora c’è la curiosità di vedere il sito o il video ma l’esposizione nel vedere certe immagini può essere pericolosa per la crescita dei nostri ragazzi, perché li si confonde. Voi credete che siano in cameretta a giocare con Super Mario e invece stanno navigando su Youporn. Scaricate dei filtri e parlatene con loro». —
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