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pubblicate le motivazioni black monkey 

I giudici di appello «Le minacce a Tizian non furono mafiose»

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«I collegamenti ed i rapporti» di Nicola Femia «con esponenti di organizzazioni mafiose non sono determinanti per dare la medesima qualificazione al gruppo da lui costituito che, una volta sorto, deve acquisire autonoma vitalità, non mutuabile dal carisma soggettivo del capo e tantomeno dalle relazioni personali di quest’ultimo». Così i giudici della Corte d’Appello di Bologna motivano la loro decisione del 29 ottobre, di far saltare l’accusa di associazione mafiosa nel processo “Black Monkey”, tra le cui vittime c’era il giornalista Giovanni Tizian, all’epoca legato alla Gazzetta di Modena. Secondo la Corte il gruppo guidato da Nicola Femia, che faceva profitti con le slot, non era legato alla ’Ndrangheta, ma era una associazione semplice. E questo ha comportato una riduzione delle condanne e alcune assoluzioni per i 23 imputati. «Manca - scrivono i giudici, in una sentenza che farà discutere - la prova di un esercizio concreto e percepito fra i cittadini della forza di intimidazione, che deve derivare direttamente dal sodalizio e non dal singolo Femia». Una parte delle 300 pagine di motivazione è dedicata alla vicenda di Tizian (oggi a L’Espresso), parte civile nel processo. Il cronista, nel corso di una telefonata del 19 dicembre 2011 tra Femia e l’imprenditore Guido Torello, al quale era stato contestato il concorso esterno nell’associazione mafiosa, veniva minacciato da quest’ultimo («O la smette o gli sparo in bocca») a causa dei suoi articoli sulla Gazzetta di Modena. I giudici ora sostengono come «nessuna specifica imputazione per eventuali reati fine posti in essere in danno di Tizian, non risulta formulata nel presente procedimento né a carico del Torello né del Femia». E Tizian, finito «sotto protezione senza che ne conoscesse il motivo», era venuto a sapere delle «minacce» solo il 23 gennaio 2013, dalle notizie di stampa. «Né la dichiarazione intimidatoria del Torello - dicono i giudici - che, però, mai aveva raggiunto la vittima, era stata seguita da altre forme di intimidazione». Tizian, aveva riferito in dibattimento che «solo dopo il 23 gennaio 2013 la sua attività di giornalista era stata ostacolata, ma solo perché sotto protezione, non per condotte mafiose o intimidazioni». —

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