Processo Intoccabili Alta tensione in aula tra appelli alla verità e versioni ritrattate
Le presunte vittime di usura parlano di Bonini e Ambrisi «Soldi prestati senza volerne in più». Magistrati perplessi
Semplici prestatori di denaro o usurai: è il quesito che il collegio, presieduto da Angelo Gin Tibaldi con giudici Francesco Cermaria e Antonella Pini Bentivoglio, dovrà sciogliere relativamente a Rocco Ambrisi e Adamo Bonini.
In tribunale è infatti iniziata l’analisi delle testimonianze che, stando all’accusa sostenuta dai pubblici ministeri Marco Niccolini e Claudia Natalini, dovrebbero svelare l’attività di strozzinaggio. «Chi non conosce Bonini a Sassuolo?», dice un imprenditore seduto sul banco dei testimoni, giusto per dimostrare quanto il proprietario della pizzeria “Civoleva” abbia credibilità in città.
Ma nel corso della giornata emergono parecchie testimonianze che lasciano perplessi i giudici: il presidente a più riprese, infatti, invita a “raccontare la verità” alle persone che sfilano per rispondere alle domande di magistrati e avvocati difensori. Perché tra “non ricordo” e affermazioni discordanti in diversi cadono in contraddizione. C’è addirittura un imprenditore che, a fronte di 14mila euro trovati sottoforma di assegno nelle vetture di Bonini e Ambrisi, fa risalire il tutto ad un acconto per l’acquisto di una vettura per poi dover procedere ad una brusca retromarcia, ammettendo di aver ricevuto da Ambrisi un prestito da 5mila euro in contanti. «Gliene ho voluti ridare 7mila per ringraziarlo della disponibilità, come premio per la generosità avuta, lui non me ne ha mai chiesti di più, lo giuro», dirà titubante.
«Non mi hanno mai chiesto soldi a tassi elevati rispetto a quanto prestato», ribadiscono in diversi, quasi a voler cristallizzare preventivamente l’assenza di usura. Lo fa anche un pizzaiolo a cui Bonini aveva “suggerito” di non aprire un’altra attività perché “a Sassuolo non ci doveva essere più posto per nessuno” specificando “a te ti ho avvertito perché ti rispetto, agli altri no”. Lo stesso pizzaiolo, pur avendo già affittato un negozio, non ha mai aperto perché “condizionato”, ma in compenso ha ricevuto l’aiuto di Bonini (“lui per me era come un figlio”, dice) per avviare un’altra attività nel reggiano grazie proprio ad una garanzia bancaria prestata dal collega più giovane. «La banca mi aperto un mutuo di 200mila euro - ricostruisce - Io avrei dovuto finire di pagare le rate e poi avrei dato 60mila euro a Bonini. Ma lui i soldi non me li ha mai chiesti anche se l’attività non è stata redditizia».
Ma c’è anche il presidente di una banca che non ricorda il motivo per cui ha denunciato Bonini, e neppure l’ex imprenditrice socia di un consorzio che più volte tiene a marcare la lealtà di Rocco Ambrisi.
Scampoli di una giornata molto tesa in cui il presidente del collegio incalza praticamente tutti i testimoni chiedendo “quando è stata l’ultima volta che ha visto o sentito Bonini o Ambrisi o persone a loro vicine?” nel tentativo di capire se vi siano state - sempre negate dai testimoni - azioni di convincimento o pressioni. Ma lo stesso titolare della pizzeria “Civoleva” dà in escandescenza, rifila un pugno sul tavolo e impreca contro un teste “che racconta cose che non risultano; voglio un confronto diretto”. Il tribunale lo zittisce e minaccia l’espulsione, il pm Niccolini parla di “intimidazione”, gli avvocati difensori lo invitano alla calma ma saranno frangenti complessi di una giornata di palese pathos emotivo soprattutto per chi si trova a testimoniare contro due personaggi così influenti a Sassuolo. —
F.D.
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