Dsa, lo studio fatto dai ragazzi delle medie
Interviste, esperienze personali e ricerche: così gli studenti delle Calvino affrontano il tema dei disturbi dell’apprendimento
Un progetto per capire che cosa significhi disturbo specifico dell’apprendimento (Dsa). Per comprendere come si sentono i compagni di classe che hanno difficoltà nei meccanismi di letto-scrittura e calcolo. Un lavoro di ricerca portato avanti dagli alunni della 2B delle medie Calvino e molto apprezzato anche dai genitori.
«Entro in classe e mi siedo di fianco a Mattia (nome di fantasia, ndr) - scrivono i giovani studenti nel loro lavoro - È un ragazzo come me, ma ha una particolarità, un Dsa. Decido di osservarlo. La professoressa ci assegna un tema di italiano. Se butto un occhio sul suo foglio, vedo che scrive lentamente e con fatica. Alla fine dell’ora non ha scritto quasi niente. Poi c’è matematica. L’insegnante lo chiama alla lavagna e va nel panico. Gli assegna un esercizio abbastanza facile, ma non riesce a risolverlo. Anche nei calcoli più semplici si perde. Decido di volerlo aiutare, ma prima devo scoprire il suo problema nello specifico».
E così la classe apprende che i Dsa sono quattro: dislessia (disturbo della lettura), disortografia (scrittura come competenza ortografica), disgrafia (scrittura come competenza grafica) o discalculia (calcolo). E soprattutto scopre che Simone non è solo: «In Italia contiamo 350mila studenti con Dsa, 61 nella nostra scuola. Spesso questi ragazzini hanno problemi nella capacità di attenzione e concentrazione. Si possono manifestare anche problemi psicologici, ma questa è una conseguenza non una causa». Per approfondire il tema intervistano la pedagogista Elena Tavoni, professoressa alle Calvino: «Ai ragazzi con Dsa non manca la possibilità di apprendere, ma ci mettono solo più tempo. Con le mappe i concetti sono molto più evidenti e più facili da imparare, i colori e le immagini li aiutano meglio a memorizzare. Questi ragazzi sono spesso oggetto di scherno perché le loro difficoltà non vengono capite. È importante quindi non giudicarli, ma sostenerli ed aiutarli».
Quale miglior modo di aiutarli se non dando loro voce? Perciò la classe arricchisce la ricerca con un’intervista a tre compagni con Dsa, scoprendo ad esempio che si imbarazzano quando devono leggere ad alta voce: «Sì - risponde una - perché sento attorno a me “delle voci” o le risate e mi sento a disagio». Le parole dei compagni lasciano trasparire anche sofferenza: «Sono stata presa in giro per avere qualche difficoltà nella comprensione e per gli strumenti compensativi che uso. Sembra sempre che i professori mi favoriscano rispetto agli altri». Al contempo si respira la volontà di imparare e di non mollare grazie alle mappe e ai colori, che sono mezzi indispensabili per i ragazzi con Dsa, che sono tipi tosti: «Quanto impiego a capire? Non capisco al primo colpo, ho bisogno di più tempo».
Ma con la tenacia si raggiunge lo stesso l’obiettivo. —
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