Rubano il fucile in auto: «Non è più affidabile Stop al porto d’armi»
Da 43 anni aveva il porto d’armi per il suo fucile da caccia e non aveva mai avuto una lamentela né un problema. Per quasi mezzo secolo in Questura gli hanno rinnovato senza sosta il permesso. Ma poi è successo un grave imprevisto: sull’auto parcheggiata e chiusa a chiave davanti a un tiro a segno aveva lasciato fucile e cartucce visibili e, quando si è assentato dieci minuti, un ladro ne ha approfittato rubando tutto. Di fronte al rifiuto di rinnovargli il permesso, il modenese è ricorso al Tar che però ha ricordato quanto il potere discrezionale di Questura e Prefettura su questa materia sia volutamente ampio e in ogni caso legato al rischio che viene dalla detenzione di armi da fuoco più che dalla condotta di chi le detiene.
La sentenza resa nota ieri riguarda il ricorso di un modenese per annullare il decreto firmato dal questore in ottobre che gli negava il rinnovo dopo 43 integerrimi anni di detenzione e utilizzo di fucili da caccia. Era infatti successo che in maggio avessero rubato la sua doppietta. Quel giorno il modenese era andato al poligono di tiro a volo di San Giovanni in Persiceto (Bologna) per sparare a qualche piattello. Ha lasciato la sua auto nel parcheggio privato, chiuso con una catena, era sceso, ha chiuso a chiave l’auto ed è entrato una decina di minuti per prenotare la sua sessione di tiro a volo. Il tempo necessario, come ha scoperto tornando, per un furto sulla sua auto: ha trovato in frantumi il finestrino posteriore; il fucile Beretta, 75 cartucce, due paia di cuffie insonorizzanti e un giubbotto antivento erano spariti. È corso subito a sporgere denuncia, ma poi il modulo di rinnovo presentato in luglio tardava a tornare firmato e alla fine gli hanno detto che il questore e la prefettura erano contrari. Per questo ha fatto ricorso al Tar contro il ministero dell’Interno. Ma il Tar ha confermato il procedimento della Questura.
Il punto, spiegano i giudici di Bologna, non è che il furto è stato causato da negligenza o da un comportamento sbagliato: infatti, i decenni passati senza problemi non sono in discussione. Quello che conta per il rilascio del porto d’armi è che chi lo chiede non faccia destare dubbi di rischio per l’intera collettività. Perché, spiega il Tar, «l’amplissima discrezionalità delle autorità deriva dal disfavore con cui l’ordinamento vede il possesso di armi da parte dei privati». —
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