Gazzetta di Modena

Modena

«Le nostre giornate lente alla Cecchignola”

Daniele Dei

Giuseppe Notaristefano è tra i 5 modenesi in quarantena. «Controlli sanitari e in giro sempre con mascherine»

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Il peggio è passato, ma forse non c'è nemmeno stato più di tanto. Questo è quello che emerge dal racconto che Giuseppe Notaristefano, 38 anni di Sassuolo, tecnico della System Ceramics di Fiorano, fa adesso che è alloggiato alla Cecchignola, al rientro da Wuhan, e attende la fine dei 14 giorni di quarantena a cui è sottoposto.

Come è andato il rientro? «Tutto sommato benissimo. Quando la situazione si è sbloccata con il consenso dei cinesi, le nostre istituzioni hanno messo in moto la macchina in tempi brevi, in 48 ore era tutto pronto. Quando ci hanno trasferito dall'hotel Sheraton di Wuhan all'aeroporto in qualche ora siamo partiti, con un volo militare tutto sommato comodo. Ci hanno trattato bene. Alla Cecchignola la struttura è organizzata, nuova e pulita, l'esercito ha messo a disposizione tutto in maniera impeccabile. Sinceramente non pensavo che l'Italia potesse reagire così in certe situazioni».

La giornata alla Cecchignola come scorre?

«Abbiamo una serie di controlli da fare in giornata, soprattutto per misurare la febbre, e i pasti a determinati orari. L'esercito ci ha messo a disposizione alcune attività come palestra, campo da calcio, pista di atletica e tennistavolo. Possiamo uscire dalla camera e avere contatti tra di noi, l'unica precauzione e l'avere sempre mascherina e guanti, poi possiamo fare quasi tutto. Il soggiorno è positivo, poi è chiaro che due settimane sono lunghe».

Ha avuto paura mentre era a Wuhan?

«Direi di no, la situazione era sotto controllo ed eravamo isolati. Piuttosto, non era il massimo stare lì ad aspettare che la situazione venisse risolta».

I suoi familiari invece come hanno vissuto quei giorni in cui si trovava a Wuhan per conto della sua azienda?

«Credo sia normale che ci fosse un po' di preoccupazione. A ogni modo la System si faceva sentire ogni giorno con le nostre famiglie in modo da rassicurare ulteriormente. Io per telefono dicevo che stavo bene ma voci terze, non familiari e autorevoli, ti possono fornire ulteriori elementi di tranquillità».

L'azienda è stata sempre al vostro fianco, giusto?

«Proprio così. La System Ceramics non ci ha mai lasciato soli fin dal principio. Il nostro gruppo ha un sistema che segue per trattare questo tipo di emergenze e i delegati sanno come muoversi. Il grosso problema era quello di parlare e comunicare con le autorità cinesi: anche l'ambasciata italiana faceva fatica a farlo. Questa difficoltà l'ho notata in prima persona in aeroporto: solo per fare dei controlli normalissimi ci voleva un'eternità. Le autorità cinesi seguono regole completamente diverse dalle nostre».

Viaggia spesso in Cina per lavoro? Tornerebbe?

«Era la terza volta che andavo. Sì, ci tornerei. Non bisogna farsi prendere dalla psicosi: chiaro che ci torniamo quando sarà tutto più tranquillo. Il nostro macchinario a Wuhan era montato, ma era da avviare e ci vuole del tempo, specie formare il personale cinese all'utilizzo. E poi quando ero lì ho visto le persone uscire, fare la spesa, anche se avevano le mascherine ma dovevano continuare a vivere. Bisogna stare attenti ma senza panico: non capisco quale senso abbia la corsa alle mascherine a cui abbiamo assistito in Italia». —

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