Gazzetta di Modena

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provvedimento antimafia 

Confiscato un milione all’imprenditore D’Onghia

F.D.
Confiscato un milione all’imprenditore D’Onghia

Villa e appartamenti a Mirandola, Finale e San Felice passano allo Stato. «Vicinanza a camorra e ’ndrangheta»

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MIRANDOLA. A due anni e mezzo dal sequestro, arriva la confisca di beni per un milione di euro ai danni del 54enne Giuseppe D’Onghia. L’imprenditore edile mirandolese si vede così togliere definitivamente beni per un valore quantificato in un milione di euro, che diventeranno di proprietà dello Stato in attesa di essere poi riaffidati alla parte sana della comunità locale. Si tratta di una villa in via Piemonte, appartamenti in via San Martino Carano e un capannone a Mirandola; un appartamento in via Bonacatti a Finale; immobili a San Felice e Crevalcore e tre partecipazioni societarie e rapporti bancari».

Il provvedimento rappresenta l’epilogo delle indagini, coordinate dal pubblico ministero di Modena, Claudia Ferretti e affidate al nucleo di polizia economico-finanziaria della Finanza di Bologna. La confisca, dettagliano i finanzieri, è il secondo atto di “un procedimento per l’applicazione di misure di prevenzione patrimoniali antimafia, nel cui ambito il tribunale di Modena aveva già accolto e disposto, nel 2017, il sequestro dei beni” ora confiscati, il cui valore è risultato sproporzionato rispetto ai redditi dichiarati dall’uomo e dal suo nucleo familiare. Si tratta della prima confisca di questo tipo nella Bassa dopo quelle disposte alla famiglia Bianchini durante la sentenza di Aemilia.

Dalle indagini del Gruppo investigazione criminalità organizzata è emerso “un quadro complessivo in cui trovano coerente collocazione la ciclicità della costituzione di nuove società, la fittizzietà di alcune sedi societarie e la sparizione della documentazione”.

Tutti elementi che dimostrano come D’Onghia sia un evasore seriale, che ha “commesso reiterati e sistematici delitti in ambito economico-finanziario”, e che “evidenziano, inoltre, la sua vicinanza a clan camorristici e a cosche della ’ndrangheta”. L’imprenditore “la cui attività imprenditoriale, fin dagli anni ’90, si è caratterizzata per l’elusione della normativa tributaria, è apparso - come precisa il primo Giudice della Prevenzione nel provvedimento - “proclìve dal 1994 alla commissione di attività delittuose nel settore economico-finanziario, con particolare riferimento a evasioni fiscali e fatturazioni per operazioni in esistenti”, ed è stato, pertanto, giudicato “attualmente socialmente pericoloso” sia per aver commesso reiterati e sistematici delitti in ambito economico, sia per la sua vicinanza a clan camorristici (“Moccia”, “Schiavone” e “Casalesi”) e a cosche della ’ndrangheta (“Piromalli” e “Fortugno”)”. —

F.D.



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