Il vescovo: «Il buon vicinato può salvare»
Don Erio: «La solitudine e l’isolamento sono problematiche di fondo della nostra società: bisogna creare aggregazione»
La morte di madre e figlio, soli in casa, quelle di due senza tetto a distanza di poche settimane. Episodi che a Modena non sembravano possibili si sono verificati.
A commentare è l’arcivescovo, don Erio Castellucci: «Questi episodi fanno emergere una situazione che non è così rara. Anzi la solitudine e l’isolamento sembrano ormai uno dei problemi di fondo della nostra società. Un isolamento che viene rilevato a tanti livelli: familiare, sociale, ecclesiale... Tante volte, confrontandoci tra preti o con operatori pastorali, emerge che nelle visite delle case (le cosiddette ‘benedizioni pasquali’) l’impressione più forte è proprio la solitudine. E questo non vale solo per gli anziani, ma anche per chi vive particolari pesi lavorativi ed economici, o situazioni di malattia, ad esempio quelle degenerative».
Dunque è necessario fare rete: «Diventa una domanda per tutta la collettività, si parla di buon vicinato che è veramente essenziale, senza questo il rischio è di non rendersi conto delle situazioni di solitudine e di dramma che si svolgono a pochi metri da casa propria. E non sempre dal centro (penso al Comune, alla parrocchia..) si può fare molto. È vero che qualche situazione viene intercettata attraverso la scuola, ma soltanto dove ci sono bambini».
Una attenzione, quella del buon vicinato, che inevitabilmente funziona meglio dei centri più piccoli: «Queste situazioni diventano il simbolo di una società individualista che ha perso, soprattutto nei centri urbani, l’attenzione all’altro, mentre nei paesi c’è comunque un monitoraggio più spontaneo. Sono nato in un paese, spesso si dice in questi casi che “la gente mormora”, ma in questa mormorazione c’è anche la conoscenza delle condizioni delle famiglie e una buona solidarietà. Diciamo che spesso si interviene in modo spontaneo. Sono stato anche in città come parroco nella periferia e capita che tante volte, vivendo nello stesso condominio, si sappia chi abita ma non si conoscano i problemi gli uni degli altri, spesso si hanno già i propri. Senza voler generalizzare il clima di paese favorisce una maggiore attenzione agli altri, mentre il clima di città la ostacola». E allora come è possibile reagire? Come possono anche le comunità parrocchiali venire incontro alle persone più sole. «La parrocchia sta facendo molto, forse è una delle agenzie pubbliche che ha maggiore conoscenza del territorio. Ma certamente può fare di più e penso possa farlo proponendo più iniziative di aggregazione. Si incontra chi ha bisogno di uscire da casa (ammesso che accettino di farlo) e questo è più facile da ottenere attraverso una aggregazione di carattere ricreativo o culturale. Ma spesso occorre invitare personalmente queste persone. C’è poi un secondo livello di contatto domestico, andare a trovarli a casa. Abbiamo avviato in diocesi la piccola esperienza del ministero della consolazione, proprio per sottolineare il fatto che ci sono situazioni che vanno scovate e sostenute direttamente». Don Erio conclude con un ricordo amaro: «Pochi giorni fa è mancato un signore 90enne della mia vecchia parrocchia a Forlì che apriva a stento solo a me, ma nemmeno sempre. Stanno aspettando di fare il funerale, perchè non aveva eredi, non ha lasciato un testamento, non aveva amici... Si era completamente chiuso in se stesso e in casa sua». —
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