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il confronto 

«Virus, evitare gli allarmismi ma il pericolo va affrontato»

P.S.

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Nel corso della visita del vescovo all’Azienda Ospedaliero Universitaria, culminata nella visita al reparto di cardiologia e poi con la celebrazione della messa nella cappella del Policlinico, sono state poste a don Erio anche alcune domande. Tra gli altri temi il vescovo ha toccato anche quello del coronavirus e della comunicazione pubblica dei temi riguardanti la salute e non solo: «E’ veramente importante, quando si fa comunicazione anche pubblica, fare in modo che non si cada nella tentazione della drammatizzazione o dell’allarmismo da una parte, né di illudere che non ci siano pericoli dall’altra. Domenica mattina - ha raccontato il pastore della diocesi di Modena - sono entrato come mi capita abbastanza di frequente in un bar gestito da cinesi. Appena entrato mi hanno chiesto se non avessi paura del coronavirus, ho risposto che non ne avevo. Ebbene, i titolari mi hanno detto che la clientela in questi giorni è calata del 50%. Quando si tratta di sanità occorre essere molto preparati anche sotto il profilo della comunicazione, per evitare rappresentazioni falsate della realtà». Il vescovo, dopo aver ringraziato i giornalisti presenti, ha anche chiesto un salto di qualità del mondo dell’informazione: «Ci vorrebbe la stessa competenza che hanno i giornalisti sportivi…», ha scherzato don Erio, ricordando un episodio personale di quando era a Forlì. Ma il vescovo, sollecitato dalle domande e dai responsabili dell’Azienda Ospedaliero - Universitaria, ha anche parlato della tematica, sempre contigua alla comunicazione, della rimozione della malattia e della morte: «Ci sono pagine social di persone morte con altri che le tengono in vita, dando risposte virtuali. Questo fenomeno, che mette tristezza e inquietudine, è in crescita. Chi si rivolge a queste pagine sa che sono di persone defunte e questo ci proietta verso un tentativo estremo di cancellare la dimensione della morte e della sofferenza, c’è la tentazione di censurare queste dimensioni. Conosco una persona, che ha più anni di me, che non è mai entrata in ospedale per passare a trovare qualcuno. Questo fatto rappresenta una tendenza che si fa strada. Invece penso che anche nell’educazione dei bambini e dei ragazzi sia importante introdurre a questi aspetti, non nasconderli. Si vuole coltivare l’illusione che la dimensione della ferita, sia fisica, affettiva o spirituale, non ci appartenga. Ma questa, appunto, è solo un’illusione». La conclusione del vescovo è stata ancora per i medici: «Ho ricordi molto positivi della mia esperienza, penso ad esempio a quando ho dovuto accudire mia madre che è morta 5 anni fa a 92 anni. Ho quasi sempre trovato la capacità degli operatori sanitari di unire competenza e sensibilità, poche volte ho avvertito un senso di trascuratezza. Mi chiedo come fate, dopo ore e ore di lavoro, ad avere la pazienza di aiutare i parenti, la disponibilità di stare accanto ai pazienti. Chi opera in questo campo ha un contatto diretto con l’intimo dell’umano e matura dentro di sé una sintesi tra etica e professionalità». —

P.S.

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