Memorie di un assassino, perla da riscoprire del pluripremiato Bong Joon-ho
Come ogni grande noir, anche “Memories of Murder” ignora le spiegazioni tradizionali del crimine e sprofonda lo spettatore in un abisso di incertezza, traendo spunto da un fatto di cronaca avvenuto diciassette anni prima in cui un serial killer terrorizzava una contrada di provincia senza lasciare tracce che lo potessero inchiodare.
MEMORIE DI UN ASSASSINO – MEMORIES OF MURDER (Corea del Sud 2003) di Bong Joon-ho
Il sudcoreano Bong Joon-ho ha appena trionfato agli Oscar con il suo “Parasite”, e molto opportunamente il mercato sforna un suo lontano noir del 2003, che vinse in quell'anno il Torino Film Festival ma che non venne mai editato in Italia.
“Memories of Murder” era il secondo film di un regista trentacinquenne, e ne faceva scoprire il genio composito e incredibilmente dinamico, che traeva il suo carburante da un “mélange” di generi e dalla capacità unica di spezzare i toni, con un senso del racconto a più velocità davvero stupefacente. Per capirci, proprio le doti che abbiamo ritrovato in “Parasite”, un film in grado di sorprendere ad ogni istante.
Come ogni grande noir, anche “Memories of Murder” ignora le spiegazioni tradizionali del crimine e sprofonda lo spettatore in un abisso di incertezza, traendo spunto da un fatto di cronaca avvenuto diciassette anni prima in cui un serial killer terrorizzava una contrada di provincia senza lasciare tracce che lo potessero inchiodare. Il racconto si apre in un pomeriggio assolato dell'ottobre del 1986, quando viene ritrovato, in un fossato di campagna, il cadavere di una ragazza vestita di rosso
. Lo sguardo fisso di un bambino che, inopinatamente, assiste alla scena annuncia, fin dall'incipit del film, una programmatica opacità. Il detective locale incaricato del caso applica dei metodi sbrigativi, per incastrare il perfetto sospetto, un handicappato mentale senza difese. Da Seoul arriva a dargli man forte un investigatore più giovane e competente, ma l'inchiesta non procede come sperato, a causa dell'incapacità della polizia locale e di un assassino invisibile che non lascia tracce, che colpisce nelle sere di pioggia e sembra, ogni volta, dissolversi nell'aria come un vapore immateriale. E' a questo punto che lo spettatore smaliziato comincia a sospettare che questo assassino non sia poi un essere in carne ed ossa, ma che rappresenti, piuttosto, il malessere intero di una nazione (non dimentichiamo che, all'epoca, la Corea del Sud si trovava avvolta in un clima di violenza e ignoranza a causa del regime militare)
. Ciò che colpisce maggiormente è la miscela instabile di grottesco e brutalità in cui Bong sprofonda l'inchiesta: la stupidità dei suoi poliziotti, a tratti esilarante, ha il suo contrappasso in una loro capacità di violenza quasi spasmodica, che si consuma nella più totale impunità. Il film mostra l'incompetenza di una polizia sorpassata di continuo dagli eventi e testimonia le sue malefatte: pestaggi dei testimoni, confessioni estorte con la forza, fabbricazione di prove false.
Quando si tratta di produrre un test del Dna su di un sospettato, scopriamo che il Paese non dispone ancora della tecnologia necessaria, e bisogna dunque spedire i campioni negli Stati Uniti. Bong colloca i propri personaggi in un'atmosfera di sguaiata e debordante volgarità, sia fisica (i continui calci acrobatici) sia linguistica.
L'azione si sviluppa sempre a differenti livelli, rivelando impulsi conflittuali. Il film raffigura il corpo sociale coreano alla stregua di un grande meccanismo mal funzionante, come viene mostrato nella scena magistrale della ricostruzione dell'omicidio, che si risolve in un colossale fiasco sotto gli occhi dei giornalisti: immagine emblematica di una sconfitta collettiva in cui l'uso del ralenti rafforza l'impressione di una compagine che si affloscia su se stessa.
Lentamente, la logica del poliziesco prende il sopravvento, con il detective che scopre alcuni elementi ricorrenti nel comportamento dell'omicida (la pioggia, una canzone alla radio, i vestiti rossi).
L'inchiesta si ramifica fino a raggiungere i recessi più riposti e insospettabili del villaggio, fornendoci, di passaggio, il vivido ritratto di una piccola società di provincia, snidando i suoi membri più declassati e solitari, mostrando la miseria dei loro fantasmi quotidiani. Bong eccelle sia nelle fasi di accelerazione (l'inseguimento notturno nel villaggio) che in quelli di stallo: le piste sistematicamente eluse provocano la stanchezza, poi lo sfinimento e infine la letterale fatiscenza dei due ispettori, svelate attraverso il prisma della loro fallacia e debolezza
. Lasciando l'inchiesta irrisolta, il film si allaccia al presente e innalza il misterioso assassino al livello di una questione storica nazionale: cosa fare delle vittime di un'epoca non poi così lontana (il regime militare) che la transizione democratica e liberale non è riuscita a cancellare del tutto?
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