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«Il destino ci ha portato via mio figlio Grazie a lui abbiamo comprato casa»

Daniele Montanari
«Il destino ci ha portato via mio figlio Grazie a lui abbiamo comprato casa»

Il papà di Mohamed Boumarte: «Non doveva andare al lavoro, non stava bene ma si è preoccupato ancora per noi»

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«È stato il destino, il destino. Ha chiamato il mio unico figlio maschio e se l’è portato via». Ha gli occhi lucidi, ma la voce ferma Hassan Boumarte in mezzo alla stanza, circondato dagli amici (in gran parte delle comunità islamiche di Pavullo e Serra) arrivati per dirgli una parola di conforto o solo per stargli vicino. In un’altra stanza la moglie Soumya è circondata allo stesso modo dalle amiche. Capo chino, pochissime parole: lei ancora non riesce a credere che sia successo davvero. Quasi 500 persone sono passate tra venerdì e ieri a casa dei genitori di Mohamed, il ragazzo modello morto alle 4.30 sulla strada che lo portava a Sant’Antonio per il turno in ceramica.

La porta è aperta nell’appartamento al terzo piano di palazzo Domus. «Abbiamo comprato da poco - dice il padre - grazie a quello che ha portato a casa Mohamed in questi mesi: da soli non ce l’avremmo fatta».

È dignitosissimo Hassan nel suo dolore: lo sa solo lui cosa prova dentro, ma fuori mostra accettazione di qualcosa di più grande: «Lo ha chiamato Allah: non so perché così all’improvviso, so però che di sicuro mio figlio è nella pace. Era un bravo ragazzo, e se n’è andato facendo del bene».

Per un altro incrocio del destino, il giorno dopo la morte del figlio coincide con quello del 58° compleanno del padre. A chi lo viene a trovare offre the marocchino, con biscotti e dolci, posati lì sul tavolino. Ma il vassoio resta pieno, gli sguardi restano bassi: c’è condivisione totale, per tutti è una fitta al cuore. «Sono venuti a trovarmi anche i dirigenti dell’azienda (la ceramica Gold Art-Energie Ker), è stato un bel gesto».

«VADO LO STESSO»

Sono stati i colleghi di lavoro a fargli la telefonata, verso le 4.30, che gli ha gelato il sangue: andavano o tornavano anche loro dal turno e hanno visto l’incidente: «Non ci volevo credere, sono andato subito - ricorda - e quando ho visto la macchina ho capito che era vero. Non ce l’ho fatta però ad avvicinarmi: non potevo vedere mio figlio morto».

Aveva chiuso la porta di casa dieci minuti prima: «Mamma ciao, io vado: questa è stata l'ultima frase che ho sentito da mio figlio - continua Hassan - è andato a lavorare lo stesso anche se lei non voleva. Perché Mohamed non stava bene: si era svegliato che gli sanguinava il naso. E lui cos’ha detto? “Mamma, ma come faccio a stare a casa? C’è già il papà in malattia, anche stamattina con la febbre, due in famiglia non si può: bisogna che vada”. Il suo pensiero ancora una volta è stato per noi: Mohamed nonostante i suoi 19 anni pensava già da uomo, oltre il suo essere figlio: con lui a volte mi trovavo a ragionare da amico, da pari».

I sei giorni di malattia di Hassan sono finiti ieri, ma dovrà riprendersi dal lutto prima di tornare in ceramica sapendo che non potrà più salutare suo figlio a un cambio turno. A casa ci sono anche le sorelle, di 18 e 12 anni: «Era il fratello maggiore che tutti vorrebbero avere - dice la più grande - si prendeva cura di noi, ci guidava, usciva poco per stare qui. Faticava anche per noi, e mai un lamento». —

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