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Modena. Fobie da Coronavirus Così c’è chi evita locali e negozi cinesi

Lorenzo Cingolani Samuele De Col Benedetto Ferrari Luca Lancellotti
Modena. Fobie da Coronavirus Così c’è chi evita locali e negozi cinesi

Tra i modenesi c’è diffidenza: «Non ho paura, ma ora se posso scegliere non vado». I commercianti notano il calo 

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«Veniamo da un negozio cinese. In un loro ristorante non ci ho mai mangiato, ma ci andrei senza alcun problema». Così risponde Giovanni Vincenzi alle nostre domande sulla paura collettiva del Coronavirus.

Lo incontriamo in largo Sant’Agostino con in mano le buste della spesa, di ritorno da una mattinata di commissioni con la moglie. «Mi informo per quel che devo, ma sono relativamente tranquillo». Più avanti, voltando su viale Berengario, Carlotta e Leonardo - una coppia di giovani - hanno opinioni contrastanti tra loro. Carlotta è più preoccupata: «Non c’è bisogno di chiudersi in casa, ma in un ristorante cinese di sicuro non ci andrei».

Leonardo invece sulla ristorazione ha esperienza diretta: «Io faccio il barman e ne vedo di ogni: sinceramente per ora non ci penso».

Poi, entrando in Pomposa, il sole migliora gli affari del mercatino di ortofrutta. C’è gente. Davanti alla chiesa fermiamo Morena Zenigallia: «Se devo andare in un ristorante non ne scelgo uno cinese, però non ho paura di loro. Non so se fidarmi delle contromisure prese, ma per quanto dicono al televisore sono buone. Non sono allarmata, ma nemmeno chiudo gli occhi».

Allora andiamo a sentire i diretti interessati.

In via del Taglio, in un bar cinese molto frequentato nei fine settimana, ecco un “non ho tempo”. Giù per via Cardinal Morone c’è un negozio di articoli regalo e varie: nessuna risposta. Oltre largo Garibaldi, sentiamo un altro negozio, parla il commesso: «Cosa succede in Cina non lo sappiamo. Il numero dei nostri clienti è rimasto stabile».

Tornando indietro lungo via Emilia, dopo piazza Matteotti c’è Emilia Nail, un centro estetico. Ci lavorano sia ragazze italiane sia cinesi, tra queste ultime c’è Giulia: «Il contagio avviene in Cina, qui non ci sono rischi. La gente ha paura soprattutto dei ristoranti, ma le materie prime vengono da fornitori italiani. E sì, le discriminazioni ci sono, anche dai vicini... poi, in realtà, veniamo dal sud-est, che è molto lontano dall’epicentro del contagio».

Ci dirigiamo in autostazione e proprio davanti alle corsie dove partono le corriere, in via Fabriani, c’è il bar Elena. Dietro il bancone sta un ragazzo sulla ventina che si presenta, sorridente, come Donny. La clientela secondo lui non è razzista, qualche battuta sul contagio scappa, ma sempre per scherzo. «Il vero calo di clientela lo hanno i ristoratori, noi no».

Un po’ di paura nei confronti della sua comunità comunque la avverte, e ci racconta un episodio: «Due signori dovevano sedersi al cinema vicino a mia sorella e una sua amica: prima hanno guardato se ci fossero altri posti liberi, poi, obbligati a sedersi accanto a loro, si sono alzati la maglia sul viso a mo’ di mascherina...».

Al bar Cubana, lì vicino - dal semaforo tra viale Monte Kosica e viale Storchi - Huen, un notevole calo di vendite nel suo bar invece l’ha registrato. «Mi fido del governo e mi sento al sicuro - sebbene anche lui la discriminazione la avverta - basta leggere i giornali«.

Tutti indicano i ristoranti come le vittime principali di questa psicosi, dunque abbiamo provato a sentire da loro. Prima quello di fronte alla succursale di via Belle Arti del liceo Venturi: nessuno ha voluto parlare. Al ristorante Liang invece - in zona palazzo Europa - Matteo, il cuoco, dice: «Io non ho parenti in Cina, perciò non sono preoccupato. La clientela è diminuita: la gente non viene. Però noi possiamo garantire che i nostri prodotti sono italiani».

Una voce fuori dal coro nel ristorante Fusion Kuaizi, sotto il portico di viale Crispi, vicino alla stazione. Lì non hanno avvertito nessun calo delle vendite. —

Lorenzo Cingolani

Samuele De Col

Benedetto Ferrari

Luca Lancellotti

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